postille: fromm, marx epicuro

di emmequ

Tuttavia mi sembra che Fromm non citi, fra gli altri − Budda, Cristo, Eckart, Marx − il vecchio Epicuro. E invece proprio quel vecchio ci disse le cose forse più interessanti. Tanto interessanti da ispirare il viennese.

Epicuro fa del piacere il fondamento dell'etica, ma precisa che il vero piacere risiede nell'assenza di dolore (aponìa) e nell'assenza di turbamento (atarassìa). Per raggiungere queste due condizioni opera una distinzione tra i vari tipi di piacere, onde indicarci quali debbano essere perseguiti e quali invece abbandonati: 1 − piaceri naturali e necessari, ovvero quelli legati alla sopravvivenza del'uomo: bere, mangiare, dormire, eccetera... Questi debbono essere non solo perseguiti ma rivendicati quando vengano a mancare o siano sottratti; 2 − piaceri naturali e non necessari, ovvero varianti superflue di piaceri naturali: dormire bene e molto, mangiare cibi prelibati, ecc... E questi, sempre con moderazione, perché dormire troppo fa male, mangiare troppo e troppo prelibatamente accorcia come noto la vita..., ma una matriciana o due supplì o una lasagna ogni tanto, la rendono più serena ed allegra, così come quell'altro incoercibile e necessario piacere; 3 − piaceri non naturali e non necessari, ovvero legati a bisogni vani (desiderio di ricchezza, ambizione, ecc.). Ecco dunque, contro tutte le secolari denigrazioni e scomuniche, il vecchio Epicuro:

Bene sommo è l'autosufficienza (autarcheia ), ovvero il sapersi accontentare di poco, così da essere liberi dal bisogno, e quindi dal dolore. Il piacere, in ultima analisi, è infatti «assenza di dolore nel corpo, assenza di perturbazione nell'anima». A fondamento della virtù e della felicità è allora la saggezza (phronesis), la quale si orienta di norma verso i piaceri catastematici. La condizione del saggio epicureo, scevro da ogni dolore e turbamento, è pertanto paragonabile a quella di un dio: «vivrai come un dio fra gli uomini. Poiché in niente è simile a un mortale l'uomo che vive fra beni immortali.»