Essere, non essere; avere, non avere

di emmequ 

... e Marx sosteneva che ci dobbiamo porre come obiettivo quello di essere molto, non di avere molto.

"Avere o essere?", di Fromm (il titolo originale porta il punto interrogativo) è un saggio filosofico sociologico che non è rivolto ad un ristretto pubblico di specialisti ma può essere affrontato anche da un vasto numero di lettori e infatti, in un certo periodo del secolo scorso, quando ancora perfino sui quotidiani si faceva cultura e si ragionava, ebbe molta fortuna. Il che forse si deve all'acutezza con cui vengono analizzati aspetti comportamentali che coinvolgono tutti: il desiderio di possesso di oggetti inutili, il desiderio di potere, l'avidità e l'egosimo.

Oltre al desiderio di possedere, Fromm analizza l'essere come modalità comportamentale che coinvolge la condivisione, l'amore, la generosità, l'attività del fare, un'attività creativa e costruttiva che rappresenta la parte positiva di ciascun individuo.

Quando, a proposito di essere e avere, Fromm parla di aut-aut, giustamente osserva che questa non è un'alternativa che si impone al comune buon senso, intendendo per comune buon senso il sentire condiviso e convissuto dalla maggior parte delle persone.
Proprio da questa osservazione parte l'interrogativo che ad oggi rimane ancora insoluto: come può esserci un'alternativa in una cultura dove vivere bene significa avere più oggetti? Egli anzi specifica, facendo un'osservazione che invita a riflettere:
"...può esserci un'alternativa tra avere ed essere? Si direbbe, al contrario,
che l'essenza vera dell'essere sia l'avere; che se uno non ha nulla, non è nulla"
Eppure, osserva acutamente Fromm, proprio su questo aut-aut i grandi "Maestri di Vita" (usa proprio questa espressione) hanno costituito il nucleo del loro pensiero e delle loro predicazioni. Budda sosteneva che non dobbiamo avere possessi se vogliamo aspirare al grado massimo a cui l'uomo può arrivare nel corso della sua evoluzione. Gesù diceva:
"Perchè chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la propria vita per me , colui la salverà. Infatti che giova all'uomo l'aver guadagnato il mondo intero, se poi ha perduto o rovinato se stesso? (Luca, IX, 25-25). Mastro Eckart asseriva che bisogna essere vuoti per raggiungere il massimo delle ricchezze spirituali. E Marx sosteneva che ci dobbiamo porre come obiettivo quello di essere molto, non di avere molto.
Ma Fromm, proprio partendo da questi celebri aut-aut, osserva che il termine avere è un termine equivoco perché non c'è nessuno che non ha niente, ogni essere umano ha qualcosa, vivere senza niente è impossibile, perché allora, l'avere deve essere visto come un problema? Ma poi fa un'osservazione molto importante quando cerca il nesso dell'origine semantica del termine avere nelle varie lingue: non in tutti gli idiomi esiste il termine avere, o perlomeno solo in un secondo momento si è imposto questo termine e si è imposto con l'affermarsi della proprietà privata come esclusiva e non come possesso d'uso funzionale.

Noi però viviamo nell'epoca in cui quel primo affermarsi della proprietà privata come esclusiva è divenuto dominio assoluto (seppur decadente) del capitalismo, e infine, anche se sotto l'egida della finanza, del mercato di tutto: cose ed anime. L'era dell'immagine e del consumismo. Ora dunque la questione dell'avere − semantica o meno − diventa ben altro dell'avere qualcosa..., ben altro della artificiale questio diciamo francescana, quando contro il Poverello di Assisi veniva obiettato da vescovi e Papa che anche Cristo qualcosa l'aveva, possedeva, almeno il saio e i sandali e perfino qualche moneta per la comunità degli apostoli..., ben altro, dicevo: poiché perfino da parte del comune cittadino, della casalinga di Voghera, del figlio del professore di latino, il sentire di essere, il sentirsi un essere, è solo possibile possedendo molto, quanto più si può di beni non naturali e necessari ma appunto inutili, superflui, spesso dannosi o dissipanti la vita, e insieme, e con essi e per essi, l'essere vincenti, avereil potere (anche minimo, anche parziale, anche solo di paese, di famiglia, di branco − e ovviamente aspirante al potere potere), e attraverso ciò (civiltà dell'immagine) l'altra antinomia essere−apparire.

Fromm, Marx, Epicuro

Tuttavia mi sembra che Fromm non citi, fra gli altri − Budda, Cristo, Eckart, Marx − il vecchio Epicuro. E invece proprio quel vecchio ci disse le cose forse più interessanti. Tanto interessanti da ispirare il viennese.

Epicuro fa del piacere il fondamento dell'etica, ma precisa che il vero piacere risiede nell'assenza di dolore (aponìa) e nell'assenza di turbamento (atarassìa). Per raggiungere queste due condizioni opera una distinzione tra i vari tipi di piacere, onde indicarci quali debbano essere perseguiti e quali invece abbandonati: 1 − piaceri naturali e necessari, ovvero quelli legati alla sopravvivenza del'uomo: bere, mangiare, dormire, eccetera... Questi debbono essere non solo perseguiti ma rivendicati quando vengano a mancare o siano sottratti; 2 − piaceri naturali e non necessari, ovvero varianti superflue di piaceri naturali: dormire bene e molto, mangiare cibi prelibati, ecc... E questi, sempre con moderazione, perché dormire troppo fa male, mangiare troppo e troppo prelibatamente accorcia come noto la vita..., ma una matriciana o due supplì o una lasagna ogni tanto, la rendono più serena ed allegra, così come quell'altro incoercibile e necessario piacere; 3 − piaceri non naturali e non necessari, ovvero legati a bisogni vani (desiderio di ricchezza, ambizione, ecc.). Ecco dunque, contro tutte le secolari denigrazioni e scomuniche, il vecchio Epicuro:

Bene sommo è l'autosufficienza (autarcheia ), ovvero il sapersi accontentare di poco, così da essere liberi dal bisogno, e quindi dal dolore. Il piacere, in ultima analisi, è infatti «assenza di dolore nel corpo, assenza di perturbazione nell'anima». A fondamento della virtù e della felicità è allora la saggezza (phronesis), la quale si orienta di norma verso i piaceri catastematici. La condizione del saggio epicureo, scevro da ogni dolore e turbamento, è pertanto paragonabile a quella di un dio: «vivrai come un dio fra gli uomini. Poiché in niente è simile a un mortale l'uomo che vive fra beni immortali.»il desiderio di possesso di oggetti inutili, il desiderio di potere, l'avidità e l'egosimo.

Oltre al desiderio di possedere, Fromm analizza l'essere come modalità comportamentale che coinvolge la condivisione, l'amore, la generosità, l'attività del fare, un'attività creativa e costruttiva che rappresenta la parte positiva di ciascun individuo.

Quando, a proposito di essere e avere, Fromm parla di aut-aut, giustamente osserva che questa non è un'alternativa che si impone al comune buon senso, intendendo per comune buon senso il sentire condiviso e convissuto dalla maggior parte delle persone.
Proprio da questa osservazione parte l'interrogativo che ad oggi rimane ancora insoluto: come può esserci un'alternativa in una cultura dove vivere bene significa avere più oggetti? Egli anzi specifica, facendo un'osservazione che invita a riflettere:
"...può esserci un'alternativa tra avere ed essere? Si direbbe, al contrario,
che l'essenza vera dell'essere sia l'avere; che se uno non ha nulla, non è nulla"
Eppure, osserva acutamente Fromm, proprio su questo aut-aut i grandi "Maestri di Vita" (usa proprio questa espressione) hanno costituito il nucleo del loro pensiero e delle loro predicazioni. Budda sosteneva che non dobbiamo avere possessi se vogliamo aspirare al grado massimo a cui l'uomo può arrivare nel corso della sua evoluzione. Gesù diceva:
"Perchè chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la propria vita per me , colui la salverà. Infatti che giova all'uomo l'aver guadagnato il mondo intero, se poi ha perduto o rovinato se stesso? (Luca, IX, 25-25). Mastro Eckart asseriva che bisogna essere vuoti per raggiungere il massimo delle ricchezze spirituali. E Marx sosteneva che ci dobbiamo porre come obiettivo quello di essere molto, non di avere molto.
Ma Fromm, proprio partendo da questi celebri aut-aut, osserva che il termine avere è un termine equivoco perché non c'è nessuno che non ha niente, ogni essere umano ha qualcosa, vivere senza niente è impossibile, perché allora, l'avere deve essere visto come un problema? Ma poi fa un'osservazione molto importante quando cerca il nesso dell'origine semantica del termine avere nelle varie lingue: non in tutti gli idiomi esiste il termine avere, o perlomeno solo in un secondo momento si è imposto questo termine e si è imposto con l'affermarsi della proprietà privata come esclusiva e non come possesso d'uso funzionale.

Noi però viviamo nell'epoca in cui quel primo affermarsi della proprietà privata come esclusiva è divenuto dominio assoluto (seppur decadente) del capitalismo, e infine, anche se sotto l'egida della finanza, del mercato di tutto: cose ed anime. L'era dell'immagine e del consumismo. Ora dunque la questione dell'avere − semantica o meno − diventa ben altro dell'avere qualcosa..., ben altro della artificiale questio diciamo francescana, quando contro il Poverello di Assisi veniva obiettato da vescovi e Papa che anche Cristo qualcosa l'aveva, possedeva, almeno il saio e i sandali e perfino qualche moneta per la comunità degli apostoli..., ben altro, dicevo: poiché perfino da parte del comune cittadino, della casalinga di Voghera, del figlio del professore di latino, il sentire di essere, il sentirsi un essere, è solo possibile possedendo molto, quanto più si può di beni non naturali e necessari ma appunto inutili, superflui, spesso dannosi o dissipanti la vita, e insieme, e con essi e per essi, l'essere vincenti, avereil potere (anche minimo, anche parziale, anche solo di paese, di famiglia, di branco − e ovviamente aspirante al potere potere), e attraverso ciò (civiltà dell'immagine) l'altra antinomia essere−apparire.

Fromm, Marx, Epicuro

Tuttavia mi sembra che Fromm non citi, fra gli altri − Budda, Cristo, Eckart, Marx − il vecchio Epicuro. E invece proprio quel vecchio ci disse le cose forse più interessanti. Tanto interessanti da ispirare il viennese.

Epicuro fa del piacere il fondamento dell'etica, ma precisa che il vero piacere risiede nell'assenza di dolore (aponìa) e nell'assenza di turbamento (atarassìa). Per raggiungere queste due condizioni opera una distinzione tra i vari tipi di piacere, onde indicarci quali debbano essere perseguiti e quali invece abbandonati: 1 − piaceri naturali e necessari, ovvero quelli legati alla sopravvivenza del'uomo: bere, mangiare, dormire, eccetera... Questi debbono essere non solo perseguiti ma rivendicati quando vengano a mancare o siano sottratti; 2 − piaceri naturali e non necessari, ovvero varianti superflue di piaceri naturali: dormire bene e molto, mangiare cibi prelibati, ecc... E questi, sempre con moderazione, perché dormire troppo fa male, mangiare troppo e troppo prelibatamente accorcia come noto la vita..., ma una matriciana o due supplì o una lasagna ogni tanto, la rendono più serena ed allegra, così come quell'altro incoercibile e necessario piacere; 3 − piaceri non naturali e non necessari, ovvero legati a bisogni vani (desiderio di ricchezza, ambizione, ecc.). Ecco dunque, contro tutte le secolari denigrazioni e scomuniche, il vecchio Epicuro:

Bene sommo è l'autosufficienza (autarcheia ), ovvero il sapersi accontentare di poco, così da essere liberi dal bisogno, e quindi dal dolore. Il piacere, in ultima analisi, è infatti «assenza di dolore nel corpo, assenza di perturbazione nell'anima». A fondamento della virtù e della felicità è allora la saggezza (phronesis), la quale si orienta di norma verso i piaceri catastematici. La condizione del saggio epicureo, scevro da ogni dolore e turbamento, è pertanto paragonabile a quella di un dio: «vivrai come un dio fra gli uomini. Poiché in niente è simile a un mortale l'uomo che vive fra beni immortali.»