postille 2

di emmequ

Woyzeck. Ancora sull'espressionismo. E un ricordo.

Mi viene in mano il Woyzeck di Camus. Per il suo compleanno ne ho regalato una copia ad Alessandra: come un ricordo di cosa è anche stato lo zio.

Grande opera, in verità. Da me letta in uno di quei libretti grigi della BUR, e servita a mettere una delle prime pietre di quella scoperta/ricerca, che dura tutt'oggi dell'espressionismo nei Grandi del passato. E nel cui ambito (dell'espressionismo)in seguito, quando mi misi a scrivere romanzi, volli..., provai, tesi..., ad inserire la mia scrittura. O almeno di quell'espressionismo che travalicando dalla propria culla artistico/visiva primonovecentesca, giunge, in particolare in Italia, come dice Giulio Ferroni, ad una «accezione più ampia..., per indicare le più diverse manifestazioni di rottura degli equilibri classicistici e in genere delle forme e dei linguaggi convenzionali: ...una tradizione espressionistica, che si svolge variamente nei vari secoli, in alternativa al classicismo e alle tendenze della letteratura ufficiale; nella quale tradizione è essenziale l'intervento sul linguaggio, con lo stravolgimento dei modelli classicisti, l'apertura verso i dialetti, l'intreccio tra lingue e dialetti diversi (tanto che si parla in questo caso particolare di espressionismo linguistico) [le sottolineature sono mie].

Il Woizeck, dunque.

La colpa, l'innocenza, la miseria, l'assassinio, il disordine: questi sono gli elementi del Woyzeck. «In esso - ha scritto Gottfried Benn - attingiamo il mistero dell'arte, la sua origine, la sua via sotto le ali dei demoni. I demoni non cercano il decoro e l'accuratezza dei costumi, il loro nutrimento faticosamente predato sono lacrime, asfodeli e sangue. Planano di notte su tutte le insicurezze terrestri, dilaniano cuori, distruggono beni e felicità. Stringono legami con il delirio, la cecità, la perfidia, l'irraggiungibile».

Trasfigurazione spettrale e metaforica della realtà, non priva di rivendicazioni politico-sociali, Woyzeck conserva una modernità straordinaria e solleva la tragedia alla pace sospesa di un canto popolare.

Ma quest'opera profonda ebbi la fortuna e il privilegio di conoscerla non solo de libre, ma resa teatro. Una delle rarissime, forse l'unica messinscena del secolo nostro.

Mi è capitato di leggere, in Archivio Repubblica, un articolo di Paolo Levi del 2011, in cui ricorda gli inizi di Carmelo Bene lanciato nel Caligola da Alberto Ruggiero, poi scomparso dai radar, e da Carmelo a malapena malmenzionato nella sua autobiografia Sono apparso alla Madonna.

Ma io c'ero, ed anzi fui, sulla rivista universitaria Ricerche, tra quei commentatori e critici che rilevarono non solo la grande regia e resa scenica di Ruggiero ma la gran prova d'esordio di Bene.

Levi però nel suo articolo, principalmente dedicato a quella coppia di demoniaco genio e sregolatezza e alle loro scorribande artistiche e notturne, non richiama l'altra opera che Ruggiero mise in scena − in un duetto memorabile − al Delle Arti: per l'appunto il Woyzeck di Büchner. Che ebbe altrettanto, se non superiore successo.

Ero presente. E vidi quella sera non solo l'accoglienza entusiastica di un pubblico molto scafato ed anche stufo dell'ordine teatrale dominante, per quanto buono esso fosse, ma la presenza e i saluti nel backstage di grandi protagonisti del teatro italiano (ricordo per tutti Paola Borboni) e di grandi storici e teorici come, su tutti, il grande germanista Paolo Chiarini. Non così, ovviamente, la maggior parte dei giornalisti.

Ero presente perché avevo stretto amicizia con Alberto Ruggiero, insieme al quale andavamo tentando di riaprire il Teatro dell'Ateneo e, trovando qualche buon produttore, farne una sorta di tempio del Nuovo Teatro. Quello che poi si affermò con Carmelo.

Ruggiero aveva letto gli articoli che andavo scrivendo su Ricerche (storia interessante che dovrò raccontare), articoli sia di commento critico alle varie maggiori messinscena del tempo (con varie stroncature dei vari Gianni Santuccio e compagnia birignando, ma anche ad esempio con la rivelazione del primo Fo di Gli arcangeli non giocano al flipper), sia di battaglia per un Teatro diverso da affidarsi a nuovi Stabili. Mi aveva avvicinato, esposto quel suo progetto, e c'eravamo messi in caccia appunto di qualche produttore. Poi, non so come, lo aveva trovato da sé, e aveva potuto realizzare quei due capolavori di una avanguardia proveniente da lontano: l'esistenzialismo sguincio di Camus, e il protoespressionismo di Büchner.