L'incubo 

di Aldo Pirone

Il distanziamento sociale imposto dal Covid 19 è inversamente proporzionale all'affollarsi di scimuniti nella cosiddetta classe politica. Basta leggere gli attacchi sgangherati dei politici di destra, anche quelli, come Renzi, occasionalmente e provvisoriamente presenti nel campo governativo di centrosinistra, per rendersene conto. Ieri in Parlamento hanno dato l'ennesima fulgida prova di cotanta scempiaggine a cominciare dalla Lega che l'ha fatto occupare da un suo "bivacco di manipoli". Per non parlare, poi, di giornali e giornalisti, per lo più destrorsi, che si agitano col sangue agli occhi contro il povero Conte. Sul quale, gli uni e gli altri, riversano quotidianamente insulti e improperi: inetto, confusionario, vanesio, ridicolo, traditore della patria, dittatore da strapazzo. Renzi lo accusa di "calpestare la Costituzione", di affidarsi troppo agli esperti sanitari, come l'Istituto superiore di sanità, che fanno del "terrorismo" con i loro studi basati su solide ipotesi scientifiche. Ma, com'è risaputo, Costituzione e scienza, non sono il forte del "bomba"; la prima la voleva stravolgere e della seconda non ne capisce i fondamentali come un qualsiasi no vax. Ma di Renzi, come di Salvini e Meloni, è inutile occuparsi e, per dirla con Dante, "misericordia e giustizia li sdegna: non ragioniam di loro ma guarda e passa".

Occupiamoci, invece, di cosa stanno dicendo politici che si presentano come moderati e giornalisti paludati, soprattutto dei tre giornali strettamente legati ai poteri economici e finanziari di lor signori: Stampa, Repubblica e Corriere della sera. Il loro obiettivo è liberarsi di Conte considerato fondamentalmente un abusivo politico perché non selezionato dai loro padroni. Perciò un giorno sì e l'altro pure, non perdono occasione di proporre e riproporre il "governo di unità nazionale". Condiscono quest'aspirazione con articoli degli editorialisti più noti accompagnati da una miriade di "retroscenisti" minori sempre tesi a guardare la politica dal buco della serratura. Solamente che, visti gli scimuniti che occupano la scena parlamentare e che dovrebbero acconciarsi a realizzarlo, il grimaldello anticontiano appare al momento alquanto irrealistico. Del resto non c'è paese europeo solcato dalla pandemia che abbia sentito la necessità di adottare simile soluzione politica. Quando questi signori evocano l' "unità nazionale", facendo esempi storici che con l'attuale situazione dei partiti politici non c'entrano un bel niente, appare subito evidente la strumentalità della proposizione mischiata a una qual certa utopia da vispa Teresa in cerca di farfalle sotto l'Arco di Tito. Allora ripiegano, dicendo che magari non adesso ma dopo, fra qualche mese, all'inizio dell'autunno al più tardi, quando si passerà a ricostruire l'economia italiana, bisognerà avere un Draghi al posto di Conte. E, immancabilmente, portano la pezza d'appoggio: "come nel dopoguerra". Cosa molto imprecisa, perché all'epoca la ricostruzione ebbe la sua fase più importante con il piano Marshall, proprio nel periodo di massima contrapposizione politica fra le forze che avevano dato vita alla Liberazione e alla Costituzione. Ma tant'è

In Italia l'unità nazionale c'è stata, con modalità politiche diverse, in due occasioni. La prima fu a cavallo della Liberazione. Le diede il via Togliatti con la "svolta" di Salerno nell'aprile del '44. Durò con vari governi fino al maggio del '47. Fu essenziale per l'insurrezione nazionale del 25 aprile, la conquista della Repubblica e l'Assemblea costituente. Ci metterei anche la Costituzione che fu varata nel dicembre del '47 a rottura avvenuta fra le forze antifasciste. Questo per significare la forza dell'antifascismo che, nonostante tutto, seppe resistere alle lacerazioni profonde e dare al paese la sua bella Carta fondamentale. I protagonisti all'epoca si chiamavano De Gasperi, Nenni, Saragat, Togliatti, Parri, La Malfa, Croce ecc.. Rappresentavano partiti di massa e non, che confrontarli con quelli di oggi è come paragonare una Ferrari con un carrettino sgangherato.

La seconda stagione dell'unità nazionale fu più breve dal '76 al '78. L'iniziativa fu del leader del Pci Berlinguer con il "compromesso storico" rivolto alla Dc e alle altre forze antifasciste. L'obiettivo era di rinnovare l'Italia attraverso una "seconda tappa della rivoluzione democratica e antifascista". Quel disegno fu sostanzialmente corrisposto dal Presidente della Dc Moro (segretario Zaccagnini) che mirava a rendere normale e "scorrevole" la democrazia italiana superando la conventio ad excludendum contro il Pci. Protagonisti di quella stagione furono oltre a Berlinguer, Moro, La Malfa e altri leader antifascisti più cauti e defilati come Saragat e De Martino. Come andò a finire è risaputo e non è qui il caso di farne un esame dettagliato. Moro fu assassinato e arrivò Craxi a spegnere la luce. A lor signori non piacque quella politica e i loro corifei nella carta stampata e, più in generale, nei mass media e nei salotti intellettuali moderati e conservatori, la svilirono parlando spregiativamente di "consociativismo". Salvo poi applaudire, molti anni dopo, il consociativismo vero, quello presentatosi con le sembianze delle "larghe intese" con Berlusconi fatte passare per "unità nazionale". Un'intesa politica con il grande corruttore riesumato da Renzi con il "patto del Nazareno" per farci niente meno che la riforma della Costituzione.

Oggi un certo establishment economico e finanziario, a cominciare dalla Confindustria del nuovo Presidente Bonomi, e maître à penser al seguito reclamano sostanzialmente questa roba, spacciandola per "unità nazionale". Non per rinnovare l'Italia ma, anzi, per metterla al riparo da ogni possibile avanzamento democratico, da ogni lotta contro le diseguaglianze e l'ingiustizia sociale, da ogni programmazione democratica e ambientalista dell'economia. Tanto è vero che a farla, dovrebbero, da una parte, concorrere in vario modo personaggi come i tarantolati Salvini, Meloni, Renzi e il corruttore Berlusconi, più vecchi democristiani come Casini e, dall'altra, Zingaretti, Bersani e Grillo, o chi per lui.

Dopo la pandemia da Covid 19, sarebbe un altro incubo.