postille 4

...e dunque dare?

di emmequ

Ma fare per cosa, per chi? Non si può sfuggire, naturalmente, nella realtà, al predominio dell'io: innanzitutto debbo fare per me. Del resto Cristo medesimo ti raccomanda ama il prossimo tuo come te stesso. E Budda, Epicuro, Francesco... indicano la via non per la tua sofferenza o per la tua perdizione ma per la tua felicità. Solo che la felicità, essi ammoniscono, non è nel possesso dei beni materiali, meno che mai nella dissipazione dei talenti, della mente, della ragione. E dunque..., poiché tu, dice Aristotele, in quanto umana paersona sei "per natura fatto per vivere in società, e quello che ne è fuori per natura e non per sorte è inetto o è al di sopra dell'uomo, come anche quello che da Omero è ingiuriosamente chiamato «senza parenti, senza leggi, senza focolare»... tu sei "per natura, essere socievole più di ogni ape e di ogni animale di gregge... solo l'uomo tra gli esseri viventi ha la parola" la qualein te essere umano "serve a far conoscere l'utile ed il dannoso, come anche il giusto e l'ingiusto; questo, infatti, rispetto agli altri animali è proprio degli uomini, l'essere i soli ad avere sensazioni del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto e delle altre cose; la loro comunanza crea la casa e la città"..., se vuoi essere te e realizzarti, ed essere in pace, devi fare il bene e il bene è sociale, e come ricevi così devi dare.

Ricorda oggi ai giovani Papa Francesco le parole di Gesù nel Vangelo di Luca: "Date e vi sarà dato" che "vale anche nei confronti del creato. Se continuiamo a sfruttarlo, ci darà una lezione terribile. Se ce ne prendiamo cura, avremo una casa anche domani". Il che peraltro comporta appunto che tu non ti costituisca o senta un essere individuo ma parte di una specie.

Non aveva del resto detto Karl Marx che l'uomo non è solo un ente di natura, ma è anche un ente sociale, uno zoon politikòn, e quindi il suo rapporto costitutivo con la natura è un rapporto sociale, una prassi sociale? "L'individuo è l'essere sociale" ha scritto: "Le sue manifestazioni di vita - anche se non appaiono nella forma immediata di manifestazioni di vita in comune, cioè compiute ad un tempo con gli altri - sono quindi una espressione e una conferma della vita sociale" e dunque il rapporto dell'uomo con la natura è diverso da quello che gli altri animali intrattengono con essa, perché la caratteristica peculiare dell'uomo è avere un'"attività vitale cosciente", cioè essere un ente naturale e sociale che riflette su se stesso.

Aristotele, Marx, Epicuro, Francesco (il Santo), Francesco (il Papa): non puoi essere se non fai; non puoi essere se non dai.

Ma Francesco (il Papa) non si ferma a Luca e cerca anche di dare un senso a quel dare ai nostri giorni in cui sembra veramente che il genere umano stia dissipando se stesso. Dare, dice il Papa, vuol dire "mettere in gioco la vita".

Enorme richiesta, in realtà. Arduo proposito. Ma noi vecchi che abbiamo vissuto di persona tempi bui e attraversato guerre e visto davvicino il male assoluto,sappiamo che quello − letteralmente mettere in gioco la vita − fu il dare dei nostri padri e perfino nostro. Però Francesco I parla dell'oggi: quando i tempi non sembrano bui ma una marea di misfatti di indifferenze e di miserandi egoismi ci sta sommergendo, e sommessamente ai giovani dice: "Dare vuol dire alzarsi dalla poltrona, dalle comodità che fanno ripiegare su se stessi e mettersi in cammino. Dare vuol dire smettere di subire la vita e scendere in campo per regalare al mondo un po' di bene..." e ancora: "Non lasciate la vita sul comodino, non accontentatevi di vederla scorrere in televisione, non credete che sarà la prossima app da scaricare a farvi felici". E ancora un monito: "Nella voglia di avere, nell'alienarsi nell'avere le cose, tu perdi la tua originalità e diventerai una fotocopia". Quindi il pontefice ha ricordato le parole di Carlo Acutis. "Non facciamo della nostra originalità una fotocopia. Quanti giovani oggi - è triste - sono una fotocopia, hanno perso la loro originalità e copiano l'identità di qualsiasi altra originalità".

La dissipazione dell'essere. La totale libertà di consegnarsi al padrone, di rendersi schiavi. L'edonismo reaganiano (sembrava uno scherzoso modo di dire e invece è realtà). "La miriade di occupazioni dedite alla cura di sé, edonistiche o protese verso un esplicito «dimenticarsi di esistere», pur di rubare istanti di felicità immemore e acefala, pur di strappare qualche consolazione alla fatica di vivere."[Duccio Demetrio, Ascetismo metropolitano "]

Fare, dunque. Ma per noi vinti, torna assillante come allora la cogente domanda di Lenin e Černyševskij:Che fare?