Aldo Moro

9 maggio 1978: Aldo Moro è assassinato

così il giorno dopo Angelino Loffredi

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"Hanno voluto colpire l'uomo capace di governare i nuovi equilibri politici"

10 maggio 1978. Il Consiglio provinciale di Frosinone ricorda lo statista assassinato on.le Aldo Moro Presidente della Democrazia Cristiana. (dal verbale del Consiglio Provinciale del 10 maggio 1978)

L'intervento del Consigliere Angelino Loffredi capogruppo del PCI

Dopo 54 giorni di crudele prigionia, un grande dirigente democratico è caduto, massacrato da una organizzazione di criminali.
La Repubblica Italiana perde uno dei suoi migliori figli, un fine uomo politico ed insieme uno dei maggiori statisti della recente storia del nostro paese.


Il delitto di Aldo Moro segna una frattura di questo trentennio: mai una simile sfida era stata lanciata contro il patrimonio civile.
Un fatto di questo genere non può essere'considerato un episodio, obbliga tutti noi a delle profonde riflessioni, a delle lunghe meditazioni, a ripercorrere la nostra storia passata e recente con tutte le luci e le ombre che la caratterizzano.Anche oggi dobbiamo fare in modo di non lasciarci sopraffare Anche oggi dobbiamo fare in modo di non lasciarci sopraf-fare dal dolore, dalla rabbia, dalla commozione. In particolare modo oggi dobbiamo ragionare.

Va detto subito che l'assassinio di Moro è un segno di disperazione: infatti, le BR isolate dalla coscienza popolare che sin dall'inizio ha innalzato un muro di condanna, si sono rivelate incapaci di dare una qualunque conclusione politica al piano che doveva scattare in quel tragico mattino del 16 marzo.
Costoro, in queste settimane, hanno cercato di ricattare lo stato democratico, facendo leva sulle presunte o reali debolezze del suo partito. Usando tutti i mezzi coercitivi che non conosciamo ma che possiamo immaginare hanno martoriato quest'uomo ne hanno devastato la mente. Lo hanno usato cinicamente contro le sue stesse idee, contro i suoi amici più cari, contro il suo stesso partito. Tutto questo per cercare


di lacerare le forze democratiche, scatenare polemiche assurde, insinuare dubbi e sospetti atroci.
Oggi appare ancora più chiaro i limiti, le parzialità, le insufficienze di analisi di chi in questi anni ha cercato di spiegare questa lunga catena di delitti, di stragi, di violenza in chiave sociologica.

L'Italia ha avuto nell'immediato dopoguerra condizioni economiche peggiori: condizioni di fame e di miseria senza che avvenissero fatti del genere.
Deboli sono anche le spiegazioni cosidette "ideologiche", di chi addirittura ha cercato di sfogliare inesistenti o fantomatici album di famiglia.


Guardiamo il passato, guardiamo alla crisi, va bene,guardiamo alle idee, ma guardiamo anche ad un fatto nuovo, inedito: l'avvicinarsi delle classi lavoratrici alle soglie del governo, seguendo la via inesplorata di una espansione della democrazia e della identificazione in essa. Per questo Moro è stato rapito ed ucciso.

Hanno voluto colpire l'uomo capace di governare i nuovi equilibri politici che vedono per la prima volta il PCI in una maggioranza di governo.
La data del suo rapimento lo stesso luogo dove hanno riconsegnato il cadavere, fra la sede del PCI e della DC, sono emblematici.

Uccidono un uomo chiave della D.C. nel momento più difficile del passaggio Politico, della transizione verso un assestamento su basi più avanzate della società civile.
Un assestamento ed un progresso che può esserci solo con l'accordo, l'intesa delle forze progressiste e delle forze moderate; nodo storico ancora irrisolto della rivoluzione democratico-borghese.
Hanno voluto colpire questo quadro politico, ed in particolare modo i presupposti per fermarne gli ulteriori sviluppi.In queste settimane a nessuno è sfuggito la forza singolare della democrazia italiana, e soprattutto la forza dei partiti popolari, le loro radici profonde, il loro retroterra ideale, il non essere solo gruppi di notabili e comitati
elettorali, cosi come avviene in altri paesi.
E ciò vale in notevole misura anche per la D.C.
Ma questa conferma della forza della democrazia italiana non ci tranquillizza. In questi giorni è venuto in luce anche il limite della nostra democrazia.

Il fatto è, che essa non può continuare a supplire o a nascondere l'insufficienza dello stato. Questo è il tema centrale. O si risolve questo o la democrazia italiana non potrà reggere all'infinito.
Questi 55 giorni di caccia ai rapitori di Moro hanno messo a nudo una realtà di cosi scoperta inefficienza da apparire preoccupante.
E' veramente paradossale che sì continui a a gridare contro il regime poliziesco in un paese come il nostro che, forse, è il solo al mondo che non possiede né un servizio di sicurezza, né una polizia moderna, e dove in nome della lotta contro la repressione piccole minoranze di fanatici e diviolenti agiscono indisturbati, sprangato i dissenzienti, organizzano squadracce, esaltano la guerriglia.E'giunto il momento di fissare un limite netto tra la prevaricazione, la violenza ed il dissenso. Il dissenso va garantito. La violenza va combattuta duramente e con la for-
za della legge.Non sarà facile. Il guasto è profondo nelle coscienze, nel costume, nella morale. Perché è alimentato da debolezze, complicità, corruzioni piccole e grandi, ingiustizie stridenti.La democrazia si deve difendere anche contro tutto questo.E' per questo che bisogna rinnovare in tutti i campi, promuovere un profondo ricambio delle classi dirigenti.
Di fronte alla morte di"Moro proviamo dolore ed angoscia ma crediamo e ne siamo fermamente convinti che si a necessaria un'estensione ulteriore dell'unità del popolo italiano, non platonica, ma fatta di contenuti e di programmi. Unità nella consapevolezza del dovere da compiere, di ciò che non è stato fatto e di ciò che di nuovo, di più serio, di più giusto deve essere fatto ancora.Il segno, il trauma di un delitto politico che ha colpito un obiettivo ti tanto rilievo nella vita della nazione, restano e rappresentano uno spartiacqua, al di la del quale nulla e nessuno possono più essere ciò che erano prima. E resta un vuoto. Nella D.C. in primo luogo.
Di Moro si è detto che è stato soprattutto un mediatore.
Riteniamo che non sia stato solo questo perché la sua azione non è stata di sola cucitura fra posizioni diverse, ma anche di tessitura per il nuovo.

Pensiamo al Moro del 67/68 quando individua i fermenti nuovi nella società ed ipotizza la famosa strategia dell'attenzione verso il PCI.
Pensiamo infine al Moro che nel novembre 77 pronuncia il suo discorso più avanzato, quello di Benvenuto, che può essere considerato il suo testamento politico.
In quel discorso affermava che la D.C. doveva prendere atto delle idee e dei propositi del PCI, tali da porre anche alla D.C. il problema della identificazione di una società socialista e democratica "al cui progetto, dice in prospettiva saremmo chiamati a collaborare".
Ed è proprio questo il Moro che lascia un vuoto anche nella vita democratica del paese, nella collaborazione complessiva di una strategia che consente l'avanzata delle forze popolari e lo sviluppo civile del Paese.

Ed è amaro che una così brutale ed intollerabile violenza sia stata riservata così ingiustamente proprio all'uomo che più di tanti altri aveva svoltola sua vicenda umana sotto il segno della tolleranza, della pazienza, della conciliazione.
Vorrei concludere ricordando alcuni brani della dichiarazione di Berlinguer: "Il saluto estremo che gli rivolgiamo è diretto alla personalità che per la sua levatura rimarrà nella memoria non solo dei cattolici democratici ma dell'intero popolo italiano, perciò anche in quello di noi comunisti, perché la sua complessiva opera costituisce una tappa significativa sulla strada lunga la quale, dall'unità d'Italia ad oggi, le grandi masse lavoratrici e popolari di ogni orientamento hanno lottato e lottano per rinnovare le basi e gli orientamenti dello stato italiano".