lettera a mario lunetta

di Gualberto Alvino

Vienna, 24 maggio 2008

Caro Mario,

ricordi quella sera da Bibli? «Ogni ora stampano tonnellate di carta, racconti narcotici, romanzi fiume. Chi li comprerà? Grado zero, sottozero, approssimazione sintattica, lessicale, nullità del pensiero, non per scelta ― sarebbe magnifico ―: per pura inettitudine. Premî lodi grancasse, e sanno fare a stento la propria firma. Non hanno misericordia. Credono di poter scrivere qualsiasi cosa. Quando capiranno che senza lavoro sulla lingua - ossia sull'anima e sul cervello - è il deserto? che la parola va scelta, pesata, lucidata, staccata dalla carne, fonema per fonema? che lo stile è fondamentale (ancilla formae substantia) e la fabula conta meno del due a briscola? che insomma il vero significato è quello che stilla dall'organizzazione dei valori formali? Com'è possibile che qualcuno si vesta, esca di casa, salga su un tram gremito e fetente, chieda dov'è la fermata, scenda badando a non cadere, si guardi attorno, cerchi fra mille l'insegna giusta, si faccia largo a gomitate nel carnaio, entri, aspetti paziente il proprio turno, cavi un foglio di tasca con su scritto titolo e nome dell'autore, scovi il tesoro, lo agguanti, si metta in fila, paghi, intaschi la ricevuta e si rituffi nella torma, per poi trascorrere giorni, settimane, mesi in compagnia d'un'opera di costoro? Perfino i migliori pèrdono il senno, non conto più le abiure: d'un tratto dicono che l'impegno sulla forma è ansia di perfezione, e che perfezione equivale a controllo delle idee, limpidezza espositiva, concatenazione di temi e vicende. Vicende? Santoddio, come le storie del nonno, le ciaccole da ospizio. Dicono che l'opera deve giovare alla civile convivenza degli uomini, ché se nuocesse meglio sarebbe non fosse stata scritta. Follie. Scambiano l'arte con la scienza, la religione, la psichiatria, la sociologia. Stile è sostanza, l'unica sostanza della letteratura. L'arte non può nuocere, nemmeno quando inneggia alla degenerazione, alla crudeltà, al niente. Al contrario: nuoce se intende giovare. E poi che significa nuocere, giovare? Lo scrittore si ride della civile convivenza. Musica è significato; plasmare una frase è civiltà».

Ti dissi press'a poco così mentre gironzavamo tra i depressi scaffali, e tu ribattesti ancor più avvilito: «Reputavamo Cassola un castigo di Dio, ma confrontato ai narratori d'oggi sembra Dostoevskij. Magari i varî Niffoi Ammaniti Baricco ci dessero un Taglio del bosco. Hai ragione tu, con le tue aemulationes: l'unica critica possibile oggi è la parodia».

Questione di vacche, ho pensato: ora sono ossute da far paura, ma solo qualche anno fa erano talmente floride da sfamare intere armate con un decimo dei quartididietro, come direbbe D'Arrigo. Ti sei mai chiesto perché Contini qualificasse la prosa d'un autore perito e raffinatissimo come Nicola Lisi «ignuda, spoglia e talvolta scheletrica»?[1] Apro a caso I Racconti:

La vacca rinculò prima che l'avessero circondata. Rocco che era corso per andarle di dietro si ritrovò davanti alla testa. Prese la vacca per un corno ma essa, abbassando il capo e dando uno strattone, si liberò. A Rocco rimase in pegno l'amo con il luccio già morto. Se lo mise sotto il braccio come se fosse stato un tocco di pane. Grisante aveva tolto il bastone di mano a Gino e lo brandiva in aria per costringere la vacca a fermarsi: rinculò più in là. Nel sentirsi mancare il forte del fondo essa cominciò a nuotare e giunta in mezzo al fiume piegò con la corrente.

I quattro uomini stavano fermi impietriti e così rimasero sintanto che la poterono scorgere. Poi si guardarono in faccia e ciascuno vi leggeva l'afflizione dell'altro.

- Credi che potremo riavere la vacca? - chiesero i figlioli al padre.

- No, perché a un chilometro di distanza il fiume finisce nel mare.

- È andata nel mare.

Non confortava la loro mente la grandiosa figura della vacca ardita nuotatrice sui flutti, per sempre seguita da uno stuolo di pesci.[2]

Ignuda? dirai, scheletrica? Ma se anche un cieco vedrebbe che è l'opposto!

L'esatto opposto, già. E allora perché un genio come Contini la definì così? Semplice. Perché all'epoca (l'altrieri, bada), la media toccava cime tanto alte che chi s'attestava anche a un solo millimetro dal picco era stimato un semplice.

Altri tempi, caro Mario. Altri ramponi. Ben altre vette.

Credimi il tuo aff.mo Gualberto Alvino


[1]Italia magica. Racconti surreali novecenteschi scelti e presentati da Gianfranco Contini, Torino, Einaudi, 1988, p. 101.

[2]Nicola Lisi, La vacca acquatica, in Id., I Racconti, Firenze, Vallecchi, 1961.

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