la settimana enigmatica

di Riccardo Cochetti

Di Maio e Di Battista si sono regalati un'altra inutile gita oltre frontiera, per andare stavolta ad incontrare una sparuta porzione dei Gilet gialli in rivolta, vale a dire, del poderoso movimento francese, quella minoritaria parte che si candiderà alle elezioni europee e che è per questo considerata fuori dai gilets jaunes dagli stessi leader Maxime Nicolle, Priscilla Ludosky ed Eric Drouet, che non vogliono saggiamente essere strumentalizzati a fini elettorali da politici di qualsivoglia orientamento. Poiché esattamente nelle stesse ore il Ministro Toninelli consegnava invece all'ambasciatore francese anziché al proprio Presidente del Consiglio l'ormai mitologica analisi costi-benefici sul TAV, secondo alcuni si sarebbe palesemente trattato di contraddizioni, ma chi è in possesso del dono della sintesi, di qualche vocabolo francese e di un'adeguata valutazione dei soggetti interessati avrebbe potuto agevolmente fermarsi a "con". Il roboante richiamo in patria dell'ambasciatore francese a Roma, a detta di alcuni in grado di testimoniare, più che un'esagerata irritazione nei confronti delle recenti sortite italiane, il nervo scoperto di Macron per le pesanti contestazioni mossegli in patria dai connazionali, potrebbe tra l'altro rappresentare forse l'occasione giusta per riprendere possesso del magnifico gioiello rinascimentale del romano Palazzo Farnese, improvvidamente scambiato alla pari con la Francia nel 1938 con il ben più modesto Hôtel de Boisgelin per farne le sedi delle reciproche rappresentanze diplomatiche. A seguito di una presumibile tirata d'orecchie di Mattarella e Conte a causa della poco diplomatica marachella, l'indomani Di Maio ha dovuto fingere di sentire l'esigenza di scrivere una lettera a Le Monde, ribadendo che l'Italia intera considera la millenaria tradizione democratica della Francia come un punto di riferimento, veicolando così la vergognosa immagine di un popolo totalmente digiuno della storia: secondo alcuni non ci sarebbe d'altra parte alcunché di strano se si scoprisse che Di Maio è sinceramente convinto che il Re Sole sia sempre stato definito un sovrano assolutista in quanto assolutamente democratico. Sul tavolo del Presidente della Giunta per le immunità del Senato, quel Maurizio Gasparri che a qualcuno potrebbe addirittura risultare immune anche al darwinismo, è intanto arrivata la memoria difensiva che si dice scritta per Salvini dalla soave Bongiorno per il caso della nave Diciotti: il testo presenta anche due allegati, il primo firmato dal Premier Conte ed il secondo da Di Maio e Toninelli, i quali mirano a certificare l'assunzione di una responsabilità collegiale nella vicenda, che a ben guardare è esattamente ciò di cui i 5Stelle vengono accusati dalla propria base meno becera e destrorsa. Di fronte ai diffusi malumori emergenti anche nella pattuglia del Movimento al Senato, Di Maio ha però onestamente precisato che i 5Stelle sono sempre stati in precedenza contro l'immunità parlamentare, ma che in questa circostanza è diverso: sembra in effetti che non possa sfuggire assolutamente a nessuno come da quando sono al governo con la Lega i loro riposizionamenti siano stati più d'uno. Inutilmente attesa durante tutti gli anni in cui i governi del PD hanno cassato i diritti dei lavoratori come neanche Berlusconi si era mai permesso, si è finalmente svolta a Roma una manifestazione unitaria dei Sindacati: avvistati in piazza anche Martina e Zingaretti, inutilmente speranzosi, nel tentativo di rendersi credibili agli occhi dei lavoratori come candidati alla guida del PD, che nessuno di costoro possa ricordare il loro complice silenzio quando Renzi per primo si dedicò colpevolmente a delegittimare il ruolo dei corpi intermedi e delle rappresentanze sindacali. Anche volendo prescindere dalla sua insopportabile durata quotidiana e complessiva, la spossante kermesse di Sanremo si è comunque rivelata per l'Italia dei nostri giorni un'impresa inequivocabilmente titanica, non fosse altro che per l'azzeccato paragone con il Titanic, su cui come noto l'orchestra continuava a suonare mentre ci si inabissava. Basso il livello delle canzoni in gara e a dir poco patetico quello degli intermezzi, nessuno tra i sopravvissuti si sarebbe aspettato l'esplosione di una virulenta polemica finale, fin troppo seriosamente interpretata da alcuni come una rivincita delle élites sul volere popolare e da altri addirittura come uno sgarro politico, chissà perché correlato alla vittoria attribuita ad un ragazzo milanese di padre egiziano, inferto a Salvini, il quale ha invece potuto inorgoglirsi degli evidenti progressi dovuti al nuovo governo, ricordando come l'anno scorso il Festival lo avesse purtroppo vinto un albanese purosangue come Ermal Meta. Poca convinta adesione alla diatriba hanno invece potuto dimostrare coloro che hanno ritenuto esilarante veder addirittura etichettare come volere popolare i call center appositamente costituiti dalle case discografiche per praticare il televoto in outbound e considerare élite niente meno che insulsi personaggi del calibro di Joe Bastianich, Elena Sofia Ricci, Camila Raznovic o del gruberiano Severgnini: potrebbe d'altra parte risultare assolutamente incontrovertibile che per rintracciare una bella canzone nell'edizione 2019 del Festival non potessero certo essere richieste ad una giuria imperscrutabilmente definita d'onore capacità di cui forse non dispone neppure la rabdomanzia.

Come prevedibile, le elezioni amministrative in Abruzzo hanno purtroppo certificato l'attuale preponderante afflato degli italiani nei confronti della Lega: nulla di cui stupirsi, verrebbe da osservare laddove si considerasse che il PD stesso ha valutato di grande soddisfazione nella circostanza l'essere passato in cinque anni dal 25 all'11% ed aver perso oltre centomila voti e 7 seggi. Dell'esito del PD si è stoltamente beata nel suo primo commento post voto anche l'umiliata candidata dei 5Stelle, piuttosto che fare una doverosa riflessione domestica, che l'avrebbe peraltro potuta condurre a lamentare solo una marginale perdita di consensi rispetto alle regionali del 2014, se proprio avesse voluto stendere un velo comprensibilmente ben più che pietoso sul fatto che gli abruzzesi li hanno nella circostanza privati del 20% e di un terzo dei voti rispetto alle ultime politiche. Di rimando, anche il PD riguardo a questa patetica sortita di Sara Marcozzi ha voluto notarne l'assoluta incapacità di fare autocritica, così attivando immediatamente il ricordo dell'evangelica questione del fuscello e della trave, considerato che non risulta ancora pervenuta la loro dopo il referendum del dicembre 2016 né dopo le politiche dello scorso 4 marzo. In attesa delle primarie Prodi, attribuendosene se del caso il bonario ruolo del nonno, ha ipotizzato che al PD serva un padre, individuandolo in Zingaretti ed ottenendo subito la piccata replica di Martina, secondo cui gli servono invece dei figli: al di là della inconcludente individuazione di ascendenti e discendenti, sembra dunque continuare ancora a sfuggire ai maggiorenti del partito l'ineludibile esigenza di rintracciarne quanto prima almeno gli elettori. Contro ogni banale previsione di Salvini, neppure aver affidato la guida dell'Istat al sovranista di ferro Giancarlo Blangiardo ha potuto evitare che l'Istituto diffondesse i dati del pesantissimo calo del 5,5% della produzione industriale italiana a dicembre, mentre Di Maio ha dato ampio risalto all'avvenuta sostituzione di 10 Direttore generali nel suo Ministero dello sviluppo economico, che visti i dati sembra tuttavia continuare a perdere gran parte della sua ragione sociale: risultano infatti aperti presso il suo dicastero 135 tavoli di crisi che coinvolgono oltre 200.000 lavoratori, che per ottenere la sua attenzione dovrebbero forse finalmente decidersi ad indossare le apprezzatissime pettorine gialle. Intanto ieri si è compiuto il 90° anniversario dei mussoliniani Patti Lateranensi ed il 35° di quelli craxiani, ed è stato purtroppo del tutto inutile aspettarsi dal sedicente Governo del cambiamento il benché minimo accenno alla necessità, se non proprio come laicamente auspicato di cancellare dalla Costituzione quell'articolo 7 figlio del voltafaccia togliattiano generosamente ripagato nel '49 con la scomunica pontificia, quanto meno di modificare quegli accordi, prevedendo l'abolizione dell'ora di religione, la revisione dei criteri per la ripartizione dell'8 per mille che rimane privo di destinazione, orientati a privilegiare scandalosamente la Chiesa cattolica, e la riscrittura delle norme relative all'IMU sugli immobili del Vaticano, dal quale siamo peraltro ancora in attesa di recuperare, in attuazione della relativa sentenza della Corte europea, almeno 4 o 5 miliardi di ICI. Resa finalmente disponibile l'analisi ufficiale costi-benefici riguardante il TAV, che risulta averne confermato l'altissimo livello dei primi, la quasi inesistenza dei secondi ed anche un'ampiamente sopportabile spesa per eventuali penali in caso di sospensione dei lavori: con sublime eleganza, il Commissario governativo per la Torino-Lione, l'Architetto Paolo Foietta, ha suggerito che la Commissione guidata dall'economista Marco Ponti abbia alla fine deciso di attaccare il carro dove voleva il padrone, a differenza di lui che la realizzazione di quella linea ferroviaria ad alta velocità ce l'aveva invece già letteralmente indicata come obiettivo nel decreto di nomina conferitogli sotto il Governo Renzi. Anche riguardo al TAV Salvini conta ovviamente di replicare con successo la prepotenza inflitta all'alleato di Governo per quanto concerne la realizzazione del Terzo Valico ligure, anch'esso bocciato dall'analisi costi-benefici, raggirata però grazie ad una successiva analisi tecnico-giuridica: al di là delle cifre, il confronto sull'opera rimane quindi come assolutamente prevedibile una questione di natura esclusivamente politica, e sarà interessante osservare se il Movimento 5Stelle nel breve periodo opterà per la sua totale e definitiva sparizione dalla scena, auspicabilmente inevitabile in presenza di un suo contemporaneo cedimento sia sul TAV che sull'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini.

Riccardo Cochetti - 12 febbraio


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