banca d'italia

di Francesco Picca

1979-2019

Nel marzo del 1979 il governatore della Banca d'Italia Paolo Baffi fu incriminato dalla Procura di Roma. Il suo vice-direttore generale, Mario Sarcinelli, arrestato. L'impianto accusatorio faceva pretestuosamente sponda su una attività ispettiva rivolta al Credito Industriale Sardo e si incrociava anche con alcune attività dell'IMI. Le innominabili colpe dei due funzionari furono, in realtà, ben altre. In linea generale l'aver riconsegnato la Banca d'Italia al proprio ruolo istituzionale di vigilanza e di garanzia; nello specifico l'aver intralciato gli affari spericolati di politici, massoni e faccendieri. In primis aver sciolto il consiglio di amministrazione dell'Italcasse, notoria roccaforte della Democrazia Cristiana; poi essersi opposti al salvataggio delle banche di Sindona, appoggiando l'operato irreprensibile di Giorgio Ambrosoli; infine aver osato ordinare una ispezione al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi che, a detta dello stesso Baffi, rappresentò il vero innesco giudiziario.
Cento economisti italiani, con in testa tal Federico Caffè, sottoscrissero un manifesto di solidarietà per i due funzionari. Il commento di Giulio Andreotti all'iniziativa fu critico. Il magistrato inquirente, il missino Alibrandi, non trovò di meglio da fare che convocare tutti i sottoscrittori e interrogarli, uno per uno, con modalità del tutto irrituali.
Nel 1981 Baffi e Sarcinelli furono scagionati per l'assoluta insussistenza delle accuse.
Oggi, gli esegeti del "cambiamento" e delle scatolette di tonno, affascinati dal nuovo giochino del dossieraggio, una pratica dai sentori marcatamente fascisti, fanno arrivare sul tavolo del Consiglio dei Ministri un fascicoletto che ha l'unico scopo di scalzare il numero due di Banca d'Italia, tal Luigi Federico Signorini, un fessacchiotto con due lauree, una conseguita a Firenze ed una ad Harvard, per tal motivo sicuramente sgradito all'olimpo accademico stradaiolo: tra le innominabili patologie riscontrate sul paziente ci sono una presunta simpatia giovanile per la sinistra e numerose citazioni su Einaudi e sulla cultura liberale. L'assalto politico alla Banca d'Italia e alla sua indipendenza, sdoganato e giustificato con le perifrasi grilline della "rottura" e della "discontinuità", arricchito dall'ipertiroidismo di Salvini che non trova miglior modo di indicare i funzionari in causa con la locuzione "tizi", segue di pari passo quello già da tempo avviato a danno della Consob. E' dal settembre del 2018, infatti, che l'istituto di vigilanza è orfano della sua guida, da quando cioè il presidente Mario Nava si è dimesso, preso per sfinimento dalle lagnanze pretestuose di grillini e leghisti per una presunta incompatibilità con un incarico in commissione europea, peraltro ampiamente sconfessata da ben quattro organismi istituzionali. Lo stesso giorno delle dimissioni di Nava il sempre tempestivo Luigi Di Maio promise alla nazione la nomina di un degno sostituto. La cronaca narra invece di cinque mesi di estenuante tira e molla tra la candidatura sostenuta dalla lega e quella sponsorizzata dal premier Giuseppe Conte e dal suo mentore Guido Alpa; cinque mesi che hanno visto esplodere, tra le altre, la vicenda Carige, rispetto alla quale forse, e sottolineo forse, una Consob con un timoniere avrebbe potuto attuare quella funzione di vigilanza tanto invocata dai tutori del nuovo ordine nazional-popolare. Cinque mesi di totale stallo, salvo poi arrivare alla nomina del ministro Paolo Savona, un altro appassionato dei dossier, questa volta in declinazione economica, come quello su cui poggiava il famoso "Piano B" per far uscire l'Italia dall'euro nel breve volgere di un sabato notte. Già candidato all'Economia, poi declassato agli Affari europei, oggi incastonato e disinnescato sullo scranno più alto di via Giovan Battista Martini, Savona ha attraversato in pantofole sia la prima che la seconda Repubblica, partendo dalla Banca d'Italia, passando per l'ufficio politico di Ugo La Malfa, deviando poi su Confindustria, transitando per Impregilo, Gemina e Aeroporti di Roma. Insomma, un anelito di ritrovata speranza affidato ad una nuova leva poco più che ottantenne; una ventata di inaspettata freschezza che spazza il tanfo dell'ennesima manomissione con scasso operata dalle manine pruriginose degli incompetenti di turno a danno dell'autonomia e dell'indipendenza delle Istituzioni.

Francesco Picca

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