caminantes no hay camino, hay que caminar 

per parlarne, per ascoltarci, un po' per celia un po' per non morire

malablò è un luogo d'incontro. Per parlare oltre i 140 caratteri, per ascoltare, per confrontare opinioni. Sulla cultura e sull'arte, sulla storia, sull'attualità sociale e politica, sulla humana conditio. Ospita opinioni, racconti, poesie, arte visiva, articoli, saggi. E' anche, con i dovuti riferimenti, una rassegna di idee.

parole & immagini di e per: 

 Alvino, Andrews, Bardi, Biagi, Calabria, Cochetti, D'Arrigo, Ernst, Lunetta, Mastroianni, Moio, Gris, Sokurov, Spagnuolo, Tortolina,  Villatico, Zitelli, e...

PIERO SANAVIO


in rete malacoda 7 A IVwwwww.malacoda3.webnode.it -leggi: www.unoetre.it -leggi: www.strisciarossa.it

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Piero Sanavio (Padova 1930 - Roma 4.1.2019)

Narratore, poeta, saggista, traduttore. Ha terminato gli studi all'Università di Harvard. Ha insegnato e tenuto conferenze in pretigiose università, da Harvard a Yale all'Orientale di Napoli. Primo inviato de Il Mondo di Arrigo Benedetti, de Il Globo di Antonio Ghirelli, ha critto per l'Herald Tribune, ha collaborato anche con importanti testate italiane, come La Stampa e Il Sole 24 Ore. Nel 2004 la città di Padova lo ha onorato con la consegna del proprio sigillo a riconoscimento della sua produzione. Per un decennio ha svolto attività diplomatica per le Nazioni Unite e per testimoniare l'importanza delle sue attività in campo internazionale nel 2008 la Camera di Commercio di Padova lo ha decorato di una medaglia d'oro. Ha vinto il Premio letterario Bonfiglio con il romanzo La Maison-Dieu; il Premio Pisa con il romanzo La Patria; il Premio Sila con il romanzo Caterina Cornaro in abito da Cortigiana; il Premio Feronia con La felicità della vita e, con il testo teatrale La Seduzione il Premio Formia-Ruggero Paone

Piero Sanavio

Un narratore d'alto lignaggio, un critico straordinario, un grande intellettuale  combattente per la libertà e per l'umano progresso

Con Annie Erneaux. Premio Feronia

Piero Tortolina

nei suoi racconti

Da un lato, una struttura sociale infranta e pertanto un frantumarsi dei ruoli; dall'altro, l'immagine perduta ma risorgente dell'essere al quale dobbiamo la nostra origine, presente proprio per la sua assenza, irrecuperabile fata morgana. Chiarirò subito: non ci troviamo in un quadro di Millet, Whistler, Balthus, Boccioni, persino. E nessuna angoscia fin-de-siècle, nessuna patetica rivolta contro le strutture della famiglia, nessuna volontà di una sua dissacrazione, nessun deamicisiano patetismo, neppure nessun eroismo sociale alla Brecht. Da apparente elemento sacrificale l'essere perduto si rivelerà generatore di mostri. Ci confrontiamo alle origini dell'eros, ombre del remoto Donatien Aldonse. Comune riferimento di queste narrazioni è un quadro che all'A. pare simbolico della sua koinè d'origine, la "Tempesta". Ciò che qui gli importa... sono le evoluzioni formali, i "pentimenti", di cui a suo tempo diedero lettura Antonio Morassi e Lionello Venturi: una bagnante nuda in un paesaggio che si sdoppia in due donne nude, la bagnante e una çingana che allatta, l'immagine della bagnante trasformata alla fine in quella di un soldato (?) appoggiato a una lancia... Per l'A., che non crede nell'interpretazione e definisce le sue opere "conglomerati di segni", stanno in questi rimandi i significati  


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FINO AL 31 MARZO - VILLA TORLONIA

alberto bardi - discreto continuo

FINO AL 27 GENNAIO - PALAZZO CIPOLLA

ennio calabria - verso il tempo dell'esere

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LA SETTIMANA ENIGMATICA

"Diario satirico per spiriti liberi" 15 Gennaio 2019
di RICCARDO COCHETTI 

Al termine della loro imperdonabilmente disumana odissea, tre famiglie tra i 49 migranti finalmente lasciati sbarcare a Malta verranno accolte in Italia dalla Chiesa Valdese, che nell'occasione sembra aver voluto rimarcare una palese differenza da quella cattolica, che come noto dal canto suo risulta invece sempre molto più dedita a predicare bene. Alcuni hanno intanto ritenuto di poter spiritosamente porre in diretta correlazione la saggia proposta di liberalizzazione della cannabis presentata dal Senatore 5Stelle Mantero e la contemporanea dichiarazione di Di Maio, che immediatamente dopo la pubblicazione dei dati Istat a certificare un rilevante peggioramento della nostra produzione industriale ha affermato che l'Italia è alla vigilia di un nuovo boom economico: sarebbe in effetti potuto sembrare un involontario quanto esiziale soffocamento in culla del disegno di legge da parte del Capo politico in persona, la cui dichiarazione secondo i più non può invece vantare neppure quell'attenuante. I sostenitori del Treno ad Alta Voracità si sono intanto di nuovo ritrovati in Piazza Castello a Torino, nel tentativo di ribaltare le già trapelate risultanze negative dell'analisi costi-benefici: mai nome di un'indagine sembrerebbe peraltro essere stato più appropriato, opponendo nella circostanza sotto una così esplicita titolazione gli evidenti costi per la collettività e l'ambiente da un lato ed i benefici per i soliti noti dall'altro. Il notevole calo di presenze evidenziatosi tra i benestanti sabaudi, che sembra tuttavia poter essere ampiamente giustificato con la loro più vivida militanza valsusina, che li spinge a passare i fine settimana al Sestriere od a Sauze d'Oulx, è stato però fortunatamente rimpiazzato da militanti ed esponenti di Lega, Forza Italia, PD, Cisl e padroni vari. Una variegata composizione che, a differenza di quanto dissennatamente perpetrato nei confronti dei cittadini contrari al referendum istituzionale del dicembre 2016, non sarebbe assolutamente corretto definire con il termine di accozzaglia, se non altro per non attribuirle eccessivo lustro. Hanno per di più suscitato un grande scalpore i cinque esperti prescelti per far parte della Commissione stessa, nonostante ben tre di essi risultassero aver già collaborato con l'ex Ministro Delrio; secondo il Professor Marco Ponti, posto a capo della commissione, i suoi componenti non hanno però avuto punti di vista da sostenere, ma solo numeri su cui oggettivamente basarsi, potendo altrimenti apparire dei cialtroni nello svolgimento di un compito nel quale conta invece esclusivamente la competenza: per alcuni potrebbe bastare questa rigorosissima affermazione per lasciar perciò considerare del tutto inconcepibile che possano essere stati realmente nominati dal Ministro Toninelli. Utilizzando due intere paginate su Repubblica, Baricco ha potuto illustrare da par suo al colto pubblico ma non all'inclita guarnigione, che infatti neppure legge, le cause della dirompente frattura intervenuta tra le élites ed il popolo, nonché delineare alcune suggestive ipotesi per ricomporla: nulla di sconvolgente, se non la circostanza che si trattava niente di meno che del più elitario dei quotidiani, presso la cui redazione qualcuno ha dunque deciso di pubblicarle senza leggerle oppure, come ben più credibile, senza minimamente comprenderne il significato. Qualcuno potrebbe chiedersi come mai non abbia inteso servirsi di cotanta profondità di analisi allorquando operava come storyteller leopoldino di Renzi, mentre altri coriacei massimalisti che non riescono a lasciarsi sedurre dalla sua eccelsa capacità scrittoria sono arrivati a contestargli nella circostanza quanto possa risultare sgradevole anche il suo aristocratico invito alle élites affinché, redimendosi dagli egoistici eccessi di cui si sono nutrite negli ultimi quarant'anni, provvedano a riprendere, prima che la storia le affossi definitivamente, il grazioso uso di fare qualche pacificatoria e anestetizzante concessione alle masse. Sgangherata soddisfazione nel Paese per la cattura del quarantennale latitante Battisti, condita con l'agghiacciante dichiarazione del deputato brasiliano Bolsonaro, figlio del fascistissimo neopresidente, che si trattava di un piccolo regalo per Salvini, nella evidente comune assenza di rispetto per gli esseri umani, e ribadita, laddove ne mancasse una pubblica contezza, dal Ministro dell'interno con la dichiarata speranza che qualcuno possa letteralmente marcire in galera. Quanto ai fatti originari, molti hanno lamentato per sovrapprezzo come il pluriomicida non abbia mai espresso il minimo pentimento al riguardo, ignorando che si sarebbe trattato di una possibilità del tutto impraticabile da parte di chi si è sempre dichiarato innocente, mentre altri non hanno invece gradito la definizione di terrorista comunista riservatagli dall'esibizionista in divisa, ma potrebbe d'altro canto risultare assolutamente incomprensibile non utilizzarla riferendosi a chi ha scelto di far parte proprio dei Proletari armati per il comunismo: piuttosto, si ha motivo di ritenere che Salvini potrebbe subire un forte shock laddove riuscisse a rendersi conto, tra una blaterata e l'altra, che dell'arresto e conseguente rimpatrio dovrebbe ringraziare non certo i camerati brasiliani che se lo sono lasciato scappare, quanto il comunista Presidente della Bolivia Evo Morales, che dovrebbe risultargli addirittura invidiabile per aver potuto applicare nella circostanza la locale Legge 370 sull'immigrazione, che prevede l'immediato allontanamento obbligatorio dal paese per chi vi entra illegalmente. Ancor più che la reiterata carnevalata di Salvini in divisa o la sconciamente propagandistica accoglienza di Battisti a Ciampino da parte di due Ministri, a metterci di fronte alla dolente considerazione che nessun orrido sembri più trovare il suo limite estremo ha purtroppo provveduto quello della giustizia Bonafede, cui la mancanza di una opportuna u nel cognome non dovrebbe comunque consentire di sentirsi esente dal comportarsi in maniera corretta: in serata ha infatti postato su facebook un indecoroso ed agghiacciante filmatino con tanto di colonna sonora sulla giornata a suo dire memorabile, di cui con ogni probabilità neppure i familiari delle vittime avrebbero mai sentito un così turpe bisogno. In ogni modo, in previsione di un prossimo spostamento ad altra piazza del rivoltante spettacolo circense allestito nell'occasione, si potrebbe per esempio suggerire a qualcuno dei nostrani solertissimi cultori della giustizia di volgere la propria proficua dedizione a far sì che possa finalmente cessare la dorata libertà di cui ancora godono in Germania i signori Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, rispettivamente ex Amministratore delegato e dirigente della Thyssen, condannati in via definitiva dalla Cassazione per la strage di ben 7 operai avvenuta nello stabilimento di Torino nel 2007. Avvilente per ogni cittadino di medie capacità intellettive dovrebbe invece essere risultata la patetica performance in diretta facebook di Di Maio e Di Battista durante la giovanilistica trasferta automobilistica verso Strasburgo: i due ameni partecipanti hanno voluto sottolineare come il viaggio sia stato compiuto in van, anche se molti preferiscono porre una marcata attenzione sull'ipotesi che possano invece molto più realisticamente essersi colà recati invan. Perseverano intanto ridicole schermaglie e fantasiosi preannunci su Quota100 e Reddito di cittadinanza, che secondo le tradizioni più care a quel popolo che il Governo pentastellato ama bassamente solleticare potrebbero significativamente decorrere dal 1° aprile: di sicuro comunque per quella data non riusciranno ad essere assunti a tempo determinato neppure i 4.500 cosiddetti Navigator che, senza la benché minima dose di senso del ridicolo in chi lo ha pensato, chissà perché dovrebbero aiutare i connazionali a trovarne uno a tempo indeterminato. Rimane in ogni caso assolutamente non criticabile la scelta del suadente termine, che potrà infatti se non altro servire a certificare come in Italia, a differenza di quanto avviene in Mississippi grazie all'omonimo modello messo a punto dal professore pugliese Mimmo Parisi e perfettamente funzionante, sull'argomento si navigherà a vista. Da parte sua, intanto, in neanche sei anni l'efficientissimo Tribunale di Bergamo ha condannato il Senatore leghista Calderoli ad un anno e mezzo di carcere per diffamazione aggravata dall'odio razziale nei confronti dell'allora Ministra dell'integrazione Cecile Kyenge, sancendo così di fatto lo storico fallimento della medesima, di cui oggi stiamo pagando un intollerabile prezzo, nel tentativo di riuscire ad integrare nella civiltà anche i più biechi leghisti. Sotto l'apprezzabilmente autosarcastico slogan "Qui si fa il futuro" si è svolto in quel di Torino il Congresso del Sindacato pensionati, categoria che racchiude ormai circa con tanto di colonna sonora tre milioni di iscritti alla CGIL sul totale di cinque e mezzo e che è il principale sponsor della candidatura di Vincenzo Colla, affettuosamente sostenuto dagli anziani accoliti anche grazie al coinvolgente nome di battaglia Orasiv, messo in campo per l'elezione alla carica di prossimo Segretario Generale come antagonista di Maurizio Landini, la cui profonda credibilità e le indiscusse capacità non possono ora essere certo revocate in dubbio solo a causa della decisione della Camusso di proporlo come suo successore. Il PM Michele Nardi ed il Giudice Antonio Savasta, attualmente in servizio a Roma, sono stati infine accusati dalla procura di Lecce di associazione per delinquere, corruzione in atti giudiziari e falso per fatti commessi tra il 2014 ed il 2018, quando erano in servizio a Trani, ed entrambi arrestati: Savasta avrebbe addirittura incontrato a Palazzo Chigi l'allora Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Luca Lotti per addomesticare un'indagine d'interesse dell'imprenditore Luigi D'Agostino, cui risultano essere state sequestrate due eloquenti agende con "annotazioni puntuali e metodiche" e già imputato a Firenze per false fatturazioni insieme ai genitori di Matteo Renzi: fortunatamente tuttavia, almeno questa iniziativa della Procura non potrà essere ormai additata come un ignobile attacco al Premier.

Riccardo Cochetti

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per la critica

Gualberto Alvino 

Orche e altri relitti. 

Sulle forme del romanzo in Stefano D'Arrigo.

 di Daria Biagi

«Ogni epoca di crisi lascia relitti dietro di sé: lo sanno i protagonisti di Horcynus Orca, i pescatori di Cariddi che quasi con disappunto assistono alla morte del loro incubo più feroce, l'orca assassina. All'indomani della seconda guerra mondiale, quando l'Italia entra nella fase decisiva della modernizzazione, Stefano D'Arrigo racconta la fine del mondo premoderno senza cedere alla tentazione di mitizzarlo: mentre sotto gli occhi del lettore si dispiegano gli scenari arcaici del viaggio di 'Ndrja Cambrìa, la voce che li racconta guida in maniera quasi subliminale nella direzione opposta». D'Arrigo, dunque - sostiene Daria Biagi contro la communis opinio-, non va già considerato un creatore ma un distruttore di miti, avendo appreso da Hölderlin e da Gogol' l'arte di rappresentare eroi e valori come relitti. Dal primo, su cui si laurea nel 1942 e che negli anni Trenta e Quaranta rappresenta uno dei massimi punti di riferimento dei poeti ermetici (D'arrigo compreso: i temi fondamentali della silloge poetica Codice siciliano - il rapporto con la terra natale, l'amicizia e la sfera del mito, presente nella figura del «semidio» e nel ricordo dell'età dell'oro - «assumono una luce particolare se letti in chiave hölderliniana»), eredita una straordinaria sensibilità per la lingua e un uso della parola spesso sconfinante nel non-detto, nel non-comunicabile (il Nostro appartiene alla schiera degli scrittori contemporanei che per la prima volta avvertono l'insufficienza dello strumento lingua e una pressoché totale sfiducia nella letteratura, sino ad allora sconosciuta); da Gogol' (di cui nell'immediato dopoguerra appronta una «libera riduzione» di Le anime morte dal titolo Il compratore di anime morte, il suo primo cimento narrativo solo recentemente rinvenuto tra le sue carte d'archivio e non ancora dato alle stampe) la rara capacità di fotografare uno degli snodi capitali della storia russa: la transizione dal feudalesimo zarista alla modernizzazione; D'Arrigo ambienta la sua riscrittura nell'Italia meridionale del 1859, poco prima della spedizione dei Mille, quando la fine del Regno delle Due Sicilie prepara la strada all'unificazione nazionale e alla modernità: «Egli, così, ricorda ai sostenitori della modernizzazione che la lentezza di questo processo è dovuta anche alle resistenze del "mondo di prima", di una cultura preesistente che non si lascia facilmente accantonare come superata»: un discorso che lo scrittore siciliano continuerà nelle opere successive in verso e in prosa (Codice siciliano, Horcynus Orca e Cima delle nobildonne), tutte sottoposte a minutissima e più che persuasiva analisi dalla studiosa, che sull'uomo e sullo scrittore vanta un'informazione totale. Con un'unica riserva concernente il romanzo maggiore, unica ma non trascurabile, vista l'importanza della dimensione linguistica nel modo di formare darrighiano. Scrive la Biagi: «A usare e rimotivare la lingua, a reinterpretarla e a storpiarla, sono quasi sempre personaggi che nulla sanno di significati 'corretti' e derivazioni etimologiche. [...] I vari tipi di figure e strategie espressive che rispondono a questa logica [...] possono essere riunite sotto il comune principio dell'etimologia popolare. [...] La figura etimologica, ad esempio, cui D'Arrigo ricorre di frequente e che basa il proprio funzionamento appunto sul legame genealogico tra due parole, in Horcynus Orca tende a sfociare verso la paronomasia, ricostruendo la semantica secondo arbitrarie parentele linguistiche. [...] Proprio in riferimento a una delle false figure etimologiche, "l'organo e l'argano", [si legge in una lettera dello scrittore]: "No, non solo per il suono in senso stretto. I grossi, ingombranti ferribò per fare manovra volevano e vogliono mano di velluto, delicatezza, persino, si direbbe, sentimento, vogliono in una parola musica (organo). Insieme però vogliono sicurezza di comando e perizia e infallibilità di strumenti e motori (argano)". [...] Ricondurre questo tipo di formazioni a un gusto estetizzante, che privilegia i valori fonici a scapito del significato e crea parole su parole seguendo concatenazioni sonore, risulta evidentemente inadeguato nel caso di Horcynus Orca. La lingua che si autogenera, che produce se stessa a partire dalla propria veste sonora, è una tecnica che per D'Arrigo, preventivamente scettico verso ogni forma di scrittura che non sia calibrata e sorvegliata fino all'estremo, coincide con un 'automatismo' estraneo alla sua poetica».

Si allude evidentemente alla tesi sostenuta da chi scrive nella sua Onomaturgia darrighiana, apparsa in «Studi linguistici italiani» nel 1996 (fascicolo i, pp. 74-88; fascicolo ii, pp. 235-69; poi in «Letteratura e dialetti», 5, 2012, pp. 107-36, col titolo Onomaturgia darrighiana. Nuova edizione riveduta e corretta), in cui si afferma quanto segue: «Risucchiata nel vortice dell'iterazione infinita e sottoposta a centrifugazione da un'inesorabile, quasi patologica coazione a ripetere, la parola subisce un progressivo svuotamento semantico sino a farsi puro fantasma sonoro, fulcro armonico inquietante attorno al quale ruota e assume ragion d'essere l'intera pulsione affabulativa, mentre la scrittura s'incaglia nelle secche del più vacuo formalismo fonosimbolico e la corrente diegetica vacilla, si smorza, cede alla libera fulgurazione associativa sotto specie d'automatica proliferazione, di ingovernabile narcisismo verbale»; tesi riproposta e approfondita nel saggio Nuove risultanze sul lessico orcinuso (in AA.VV., Stefano D'Arrigo: un (anti)classico del Novecento?, Atti dell'omonimo convegno svoltosi presso l'Université Toulouse II-Le Mirail il 17 e il 18 marzo 2012, Collection de l'e.c.r.i.t., n. 13, Université Toulouse II-Le Mirail, 2013, pp. 31-48): «Mentre in altri scrittori siciliani, ad esempio in Pizzuto, la parola nuova nasce per occupare uno spazio unico nel mondo, battezzando la cosa e transustanziandosi in essa [...], nel demiurgo D'Arrigo tutto è celebrato sotto il segno non pure dello sperpero e del più scatenato, muscolare atletismo verbale, ma dell'approssimazione, della rudimentalità, dell'incoerenza fatta legge. [...] Si consideri inoltre che, salvo numeratissime eccezioni (ovviamente tutt'altro che intenzionali), nel romanzo non si dànno hapax: la maggior parte dei neologismi par nascere per gemmazione o per meccanismi autoemulativi generanti vere e proprie galassie di composti e derivati».

Anziché far credito alle dichiarazioni di poetica dell'autore (troppo spesso, com'è noto, clamorosamente smentite in re), si dovrebbe por mente ai seguenti casi:

- sul modello di mellonara 'campo coltivato a meloni' è plasmato cristianara («si dondolavano davanti a quel lungo rettangolo di sabbia cintato di canne, che di lontano si poteva scambiare per una mellonara come le altre ed era invece una cristianara»): da cristiano, nell'accezione familiare di 'persona', col suff. -ara (= -aia) di abetaia, risaia, ecc.: 'cimitero';

- dalla prossimità contestuale d'uno specchio scocca l'idea paronomastica di specchìo («portavano al sole lo specchio di un armuaro e facevano specchìo»): da specchiarsi col suffisso -ìointensivo-continuativo;

- smodo - trionfo dell'istintualità e dell'automatismo - nasce quale contrario dell'adiacente modo («se le portava a piacere o meglio, a capriccio suo, se le portava a modo o smodo suo»: dall'antico smodare 'agire senza temperanza') e sfame di fame: «fame e sfame»: composto del prefisso s- sottrattivo e fame: 'nutrimento';

- da sillabamento («questo parlare tutto ad arte di don Luigi, a 'Ndrja gli faceva l'impressione come d'un baccaglio carcerario, di un sillabamento allusivo»: nome d'azione del verbo sillabare) sillabantemente («tastiandolo insomma così loquentemente, così sillabantemente, da dargli come l'impressione di ricevere un Morse da quella mano»: da sillabare 'pronunciare le parole staccando le sillabe'), sillabbrare («si scafò a parole la sua bara, come allascasse fra i denti, coi denti, contempo che sillabbrava sdillabbrandosi la parola, il legno della barca stessa»: incrocio di sillabare e labbro: 'sillabare con gran movimento di labbra') e nientemeno che un sillasbavarsi («la puntina di don Luigi girava sempre a folle ed era ancora là che alletterava e sillabava, anzi per la verità, si sillasbavava, su quelle ultime due, tre parole che gli restavano da dire»: incrocio di sillabare e sbavarsi, giocosamente costruito sulle due sillabe finali di «sillabava»).

Davvero, dunque, «La lingua che si autogenera, che produce se stessa a partire dalla propria veste sonora, è una tecnica che per D'Arrigo [...] coincide con un automatismo estraneo alla sua poetica»?

Gualberto Alvino

Lyman Andrews

Terre lontane di Piero Sanavio

NOTE DI LETTURA

IRRIMEDIABILMENTE AUTOBIOGRAFICO NON E' LO SVOLGERSI DELLA FABULA MA LO STILE , il progressivo evolvere della ricerca. Dalle frammentazioni che ritroviamo già nei primi scritti di S., come nel racconto tuttora inedito e di cui conosco soltanto la versione inglese, "Doppio Asso" (1951-52), al sovrapporsi di presente e passato come pannelli scorrevoli da interno giapponese; alla concezione della realtà come una continua disfatta e dove allora lo stile, pur sempre frammentato, scopre una sua prismatica unità che rende maggiormente riconoscibile l'esperienza della disperazione.

L'alternarsi di diversi registri linguistici (da colti a popolareschi, con toni via via ironici, comici o gelidamente cronachistici) appartiene anch'esso all'autobiografismo di S. -- alla sua scoperta, ben prima degli ormai lontani anni di Cambridge, della molteplicità dei codici espressivi del teatro britannico dell'epoca di Elisabetta.

Ignoro se, a trascinarlo nei magmi della sua propria scrittura, siano stati più Marlowe o Shakespeare, Ford o Webster, doverosamente mediati dalle suggestioni di T. S. Eliot, o le rivisitazioni plautine di Francis Beaumont. Ricordo, di certe nostre notturne discussioni su e giù nello Harvard Yard, più tardi nel campus di Brandeis dove era stato chiamato a insegnare e dove per un anno fui suo allievo, ciò che allora, a me, americano dell'Ovest trapiantato in New England e che anelava all'Europa, parevano sue peculiarità "razziali" e magari lo erano. L' insistenza a stabilire rapporti di contiguità tra le elaborazioni degli elisabettiani e le sperimentazioni di Ruzante portava sempre, con lui, ai ricalchi classici di un autore di assai minore risonanza e, se ricordo bene, di remote parentele, il cosiddetto Cieco di Adria, Luigi Groto. Sono queste rispondenze che troviamo in filigrana alla presente raccolta dove la chiave imagista e ciò che, in più testi critici, S., rifacendosi a Pound, chiamava quegli anni "tecnica ideogrammatica", costituiscono l'ordito sul quale è dipanata la fabula. Allora è questo uno dei significati delle frammentazioni, un modo di trasmettere un'esperienza, un sentire. Sospetto che dietro a queste sperimentazioni esistano anche altre curiosità, altre ricerche, e di origini extra letterarie: ricordi di quello che in quegli anni egli definiva il più "naturale" dei cubisti e in ciò antagonista diretto di Picasso - Juan Gris.

I personaggi: il dragomanno de "Il segreto di Abdel", il reduce di "Molte stagioni", i protagonisti di "Esuli", Tilde del racconto eponimo, il ragazzo di "Die Thälmann Brigade"... Nessuno di loro è riuscito a realizzare i suoi sogni e tuttavia, pur nella sconfitta, resistono. Non è sulla base di credi politici, alleanze religiose o specifici moralismi, semmai per qualcosa di arcaico, connesso a ciò che un tempo si chiamava dignità umana e in altri contesti, così ne La felicità della vita, S. ha battezzato "decenza". C'è un eroismo in questa "decenza", lo sconfitto non si concede i narcisismi del lamento obbligandosi piuttosto a guardare dentro di sé: cosciente, nella sua non compromissoria autoanalisi, che l'errore, quando c'è errore, sta sempre dentro di noi. A riprendere un riferimento hegeliano che spesso ricorre nei testi critici di S. ed era punto fermo già nelle sue lezioni a Brandeis, penso si possa supporre che l'errore, o una facies di esso, consista nell'aspettativa del Servo di un "riconoscimento" in un contesto i cui parametri sono del tutto diversi dalla "decenza": sicché chi non vi si adegua non può conoscere che la sconfitta.. L' errore del protagonista de "Il segreto di Abdel" potrebbe essere, allora, l' illusione di tener viva la memoria di una passione giovanile senza suscitare sospetti nei gestori dell'ortodossia; per il reduce di "Molte stagioni", l'aver pensato che una passione amorosa potesse essere più forte delle complicità del denaro; per il narratore di "Die Thälmann Brigade", l'aver creduta possibile una solidarietà sociale avulsa dai rapporti di classe. Ecc.

Ho detto che, diversamente dalle teorizzazioni hegeliane, al Servo qui non è mai concesso, da parte del Signore, il riconoscimento di una conquistata autonomia. Significa che, nella visione del mondo di S., il Servo è già autonomo anche se spesso sembra ignorarlo? Il suo errore consisterebbe allora nel non valutare questa indipendenza e, a portare un po' più avanti il discorso, nel desiderio di entrare nel mondo del Signore invece che opporgli il proprio? All'evidenza di "Tilde", neppure questo, però, lo sottrae alla disfatta. Ciò sembra supporre una realtà morale sociale estetica del tutto immobile e perciò incapace, a differenza di quanto avviene nell'epica classica, di celebrare la propria vitalità. Al tempo stesso, e diversamente dall'epica cristiana, gli "agenti" non cercano labirinti dove scaricare il peso dei loro errori. Analogamente con certe figurazioni arcaiche, la protesta, l'opposizione non hanno esiti né casualità anche se non sono mai immotivate, inutilizzabili in qualsiasi altro senso che non sia astratto e strettamente soggettivo. Nel romanzo Caterina Cornaro in abito di cortigiana, le azioni terroristiche di Aulo e Paride non preludono a nessuna rivolta sociale o politica risolvendosi piuttosto in astrazioni. Il corrispettivo, non contraddittoriamente, è il mito o più esattamente una forma estetica, pure se parodistica, di esso.

Mi piace proporre a questo punto una lettura di questi racconti, per quanto arbitraria possa essere, e magari anche dei romanzi, come un medievale "mistero": nel suo percorso di "visione", "miracolo", "incanto" dove il perno, o comunque ciò attorno cui tutto ruota, é un conflitto tra i diversi volti dell'Io. Irrisolto e inestricabile, pesa sul presente e genera angoscia -- una "nebbia", come è definita in Caterina Cornaro, citando una pagina del Vangelo di Filippo, che impedisce di percepire il reale e acquisire "coscienza".

Lo scontro tra l'individuo e il contesto è parallelo al suo scontro con se stesso e ci ricorda S., ancora in Caterina Cornaro, in exergo al romanzo questa volta, che "la lotta consiste nel fatto che il tiratore mira a se stesso eppure non a se stesso e ciò facendo forse coglie se stesso e anche qui non se stesso. Così egli è insieme miratore e bersaglio, colui che colpisce e colui che è colpito."

Coerentemente, in Caterina Cornaro, e in consonanza con l'avventura di Filottete, l'eroe omerico dalla ferita purulenta che, in alcune versioni del mito, si sanava soltanto nell'uso dell'arco (un riferimento che anch'esso ricorre più volte nella scrittura di S.), sarà nella pratica dell'assassinio, leggibile anche come un costeggiamento o corteggiamento del suicidio, che i personaggi di Aulo e Paride troveranno un senso al loro vivere. Così vincendo la loro versione del baudelairiano ennui. Mi è impossibile, al riguardo, non citare una frase di André Malraux su T. E. Lawrence e le sue contiguità ideologiche con Nietzsche, e di Nietzsche con Kierkegaard. Ricorreva spesso nelle lezioni di S. e devo ammettere che soltanto dopo alcuni tragici avvenimenti, anni dopo, ne compresi il significato. "Toute prédication [de Nietzsche] semble viser chez l'homme un péché capital, qui est l'acceptation de son esclavage; mais sous sa prédication, son angoisse en vise un plus profond, originel : la conscience de cet esclavage qui n'est peut-être que celle de la mort. Il s'agit d'échapper à la dépendance métaphysique de l'homme, de vaincre la despotique coulée du temps dans nos veines, d'être délivrés par l'éternel retour comme le musulman par l'extase et le chrétien par la communion. Or Lawrence ne croyait pas à la rédemption mais au péché, pas à la grâce mais à l'accusation dostoïevskienne, pas à l'éternel retour mais à l'accusation nietzschéenne »

Soltanto ad affrontare un rischio di morte -- ed è questo lo scotto della "decenza" - è possibile raggiungere la coscienza di sé? E' il percorso che seguirà Tilde, introducendoci a un altro dei temi favoriti di S., la donna come agente di forze arcaiche, occulte, la cui purezza persiste anche quando compie gesti che violentano la corrente moralità. Per il fatto stesso di generare, la donna ha sull' uomo potere di vita e di morte e si veda, una volta ancora in Caterina Cornaro, la funzione magica, enigmatica, delle due donne che devono partorire - Silvia e l'anonima proprietaria dell'osteria veneziana. E' un atteggiamento che ritroviamo in "Tilde e i mariti", con i suoi rimandi interni, dosatissimi gli sviluppi temporali, gli "anticipi" sui fatti risolti con l'inserzione nel testo di frammenti di canzoni.. Il presente vive nel passato come il passato nel presente, un hic et nunc che è giudizio sulla storia.

Alcuni di questi racconti sono interconnessi, altri si rapportano ai romanzi. Così, "Tilde e i mariti", dove il personaggio femminile è lo stesso de "Il buio" cresciuto di qualche anno, compensa reticenze de La Felicità della vita di cui "L'Europa" sembra un' anticipazione. Anche "Delta" è connesso con le storie di Tilde e La Felicità della vita, mentre il protagonista di "Cento giocatori" potrebbe essere lo stesso di "Die Thälmann Brigade", "Ciò che non puoi ricordare", "Verso Ur", "Vedova su parallele", "Le terre lontane". Mi piace credere che sia lo stesso anche di "Topografie della memoria", dove l'interdipendenza, in una cultura borghese, di eros e complicità economiche, sono date con una prosa le cui tensioni subtestuali si risolvono nell'identificazione della voce narrante, nell'ultima riga.

Devo confessare qui punto i limiti di queste mie considerazioni. Condizionato da consuetudini esegetiche universitarie, non ho preso in considerazione il carattere fondamentale della scrittura e il mondo di S. - un erotismo che cresce a mano a mano che procede il racconto e, pur nei suoi rigorosi sottotoni, ci trascina alle tensioni di un quadro di Schiele, artista più volte citato dal nostro autore. E' in effetti attraverso l'eros, il desiderio, il possesso (o non-possesso) di un ventre femminile che il mondo è percepito - e si veda al riguardo la testimonianza di una visita alla vedova di uno scrittore che potrebbe essere L. -F. Céline. Il passaggio attraverso questa non metaforica Selva Oscura non guida tuttavia agli inferi o a un empireo -- nessun Achille, Ajace o Beatrice in questi mondi, soltanto, oltre il caos del presente, la scoperta di sé. Sempre precario il rapporto con l'Altro (l'Altra) : di continua ambiguità.

Una parola sul titolo della raccolta. La lontananza dei luoghi è soltanto sporadicamente geografica, appartiene alla memoria.

Lyman Andrews ,Nottingham, England.     

Dino Villatico 

Padre e figlio, di Aleksandr Sokurov 

Ho visto per la terza volta Padre e figlio di Aleksandr Sokurov, rimanendone catturato come la prima volta. Scaricato dalla rete, perché il dvd, che esiste, in Italia non si trova.Ora, conoscendo già l'intelaiatura della trama, ho potuto abbandonarmi, momento per momento, alla suggestione delle scene, catturarle e godermele attimo per attimo, ho potuto dedicarmi alla comprensione capillare del dialogo, parola per parola. Ed è un'esperienza straordinaria, quasi come leggere un romanzo o assistere alla rappresentazione di un grande classico del teatro. "Ho trovato un lavoro. Mi pagano bene. Posso partire", dice il padre, e si stringe il figlio al petto. Il figlio lo fissa, occhi negli occhi, le bocche quasi si toccano: "Papà, non ti lascerò andare da nessuna parte". "Voglio che tu sia felice", protesta il padre. Il figlio resta zitto un momento, poi esplode: "Papà. Ma che dici? Se te ne vai, come posso essere felice?" Nel sogno dell'inizio Alekseij, nudo, in mezzo a un prato, è solo. Sotto la pioggia, il padre parla con lui dal letto della loro casa. Nel sogno finale, sotto la neve, è il padre, a petto nudo, a essere solo, e in casa sul letto c'è il figlio che parla con lui. E poi c'è questa Lisboa-Petrograd. Vecchia, rovinata, i personaggi che camminano sui tetti. Il tram che sale le colline. I primi piani di un dolcezza lancinante. La tenerezza struggente tra padre e figlio, quasi un amore esclusivo, totale, totalizzante, "l'amore del padre crocifigge, l'amore del figlio è crocifisso". Il padre nudo che abbraccia il figlio anche lui nudo, lo accarezza, lo bacia, nelle prime inquadrature del film. Gli occhi che si guardano. Le bocche che si avvicinano. Il film comincia, appunto, con due corpi nudi che si abbracciano, un uomo e un ragazzo. Potrebbero essere due amanti. Ma sono un padre e un figlio. Un padre che si rispecchia nel figlio. Un padre e un figlio che sono un unico corpo. Ecco: la vertigine emotiva nasce dalla proiezione fisica del sentimento, Sokurov i sentimenti li fa vedere, e sono corpi, mani, bocche, sguardi. L'interazione tra immagine e parola è perfetta, s'integrano l'un l'altra.

Unica nota stonata, l'appropriazione gay del dvd, nella presentazione e nei titoli di coda. Ma perché? Che c'entra? Ciò che nel film appare, ciò che si vede significa sempre altro da ciò che appare e si vede. Ma vallo a spiegare a un mondo, come quello di oggi, che vive di classificazioni, di etichette. Vallo a spiegare soprattutto a chi divide l'umanità in classi, in generi, che questo film esce da qualunque etichetta, abolisce le classi, abolisce i generi. Il tocco più profondo, o meglio, quello che mette in risalto la profondità di pensiero del film, la violenza della sua sfida emotiva, è poi dato dalla colonna sonora. Andrej Sigle rielabora un tema dell'Evgenij Onegin di Čajkovskij. Anzi l'attacco del tema, ossessivamente variato e ripetuto, dall'inizio alla fine, soprattutto dagli archi, ma anche da strumenti a fiato, un clarinetto, una tromba. Film di una densità estrema. Struggente. Ma che riesce a mantenersi sobrio anche nell'esplosione della tenerezza, e non solo tra padre e figlio. Credo che lo rivedrò ancora molte altre volte. Indimenticabili i volti di Andrej Ščetinin, il padre, e di Aleksej Nejmjšev, il figlio, sono indimenticabili.

Dino Villatico

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Dino Villatico

su adorno, ascoltando Handel

Adorno scrive che la scrittura di Handel non è mai interessante. Un beethoveniano come lui disprezzerebbe l'idolo musicale di Beethoven? O il suo Beethoven è solo una parte di Beethoven? L'incomprensione della Missa Solemnis me lo farebbe supporre. Adorno illustra bene il limite di certa avanguardia sia filosofica sia musicale (le due cose sono intrecciate): l'ipostasi di un procedimento artistico al procedimento artistico tout court. Il che non è solo ignorare la storia, ma, paradossalmente, per uno che si vanta dialettico, ignorare proprio la dialettica delle forme artistiche in ogni tempo. E ciò non solo da oggi. All'interno di quell'immensa sperimentazione poetica che fu il fiorire dei poeti alessandrini coesistono l'elogio callimacheo del frammento e l'intento utopistico di un Apollonio Rodio che reinventa il poema epico. La contraddizione è solo apparente. Nell'ambito della poesia latina lo dimostrerà la coesistenza di Orazio e Virgilio. Sinfonia di Luciano Berio ne tentava, nel secolo scorso, utopisticamente, la sintesi. Ma ciò significava, anche, scavalcare i muri di Adorno. L'arte, del resto, è sempre uno scavalcare i muri, mai un innalzarne.
(Ascoltando Dixit Dominus, di Handel)

Dino Villatico


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andando a capo 


Rose, di Antonio Spagnuolo

Ci sono ancora rose fra i tronchi, delicate,
fra quei rami che riportano il verde
alle periferie in abbandono.
Fragile il destino dei petali nel sospiro del ricordo,
un semplice addio alla passione,
per quei gesti di contraddizione che aprirono
gli spazi profondi del bisturi.
Ed è nel sogno il giro ambulante di cose vecchie,
lingua incapsulata nelle pieghe sino al non senso,
per deformare quelle strane regole
della solitudine.
Abbiamo smembrato le camere
per inseguire passioni, per ripetere parole nelle coltri.
Difficile annegare e scrivere al contempo
di un amore consumato nelle attese

del germoglio incastonato sulla tomba.

Antonio Spagnuolo 

Juan Gris, Arlecchino alla chitarra 

andando a capo

due punti che se la ridono,

di Giorgio Moio

fa (ombra) lombra dove lom'bra già sad'ombra
fa [favilla] che s'fav'illa fa [foglia] che sfoglia
chatta il grido chatta il silenzio ma non ne vuole sapere del
[consenso
tra una faccia che sorride e unaltra che triste tri'ste
si fa punto point d'interrogation puntiglio smerlo giratorio
virgola rossa et gialla et grigia senza punto
due punti che se la ridono spiccando il volo in acrob'atico arzigogolo

Giorgio Moio

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                    Piero Sanavio                                    La forma dell'Italia di Mario Lunetta

Paris change ! mais rien dans sa mélancolie/N'a bougé ! palais neufs, échafaudages, blocs,/Vieux faubourgs, tout pour moi devient allégorie.

La forma dell'Italia, poema da compiere, ultima opera di Mario Lunetta e come il Don Juan di Byron potrebbe estendersi all'infinito, questo viaggio in un'Italia amata e perduta, è come il sacco che Babbo Natale porta in spalla, e contiene doni e, per i bambini cattivi, carbone. Il sacco che Mario Lunetta svuota di fronte a noi non contiene, malgrado le aspettative, soprattutto carbone- anche sbiadite fotografie, cartoline, immagini di qualcosa che forse è, forse non è mai, esistito e allora è stato soltanto un sogno, un'aspirazione, una speranza. Il poema si trasforma in una veglia funebre: a un Paese, senz'altro, un luogo che "è ma non è mai stato," anche a una generazione che "aveva creduto", che "aveva fatto" o perlomeno "aveva scritto." Non bastava.

Un che di elegiaco, perciò, sotto l'invettiva, un invincibile rimpianto, sotto la truculenze. La scoperta di essere orfani, malgrado gli attestati dell'ufficio anagrafe e le assicurazioni dei padri (falsi padri), malgrado il latte materno fosse aromatizzato all' ideologia. Disperazione? nessuna disperazione - semmai sberleffo, risata, invettiva, l'ho detto: guardando da un lato in un irrinunciabile classicismo (La forma dell'Italia sembra un richiamo ironico a La forme d'une ville di Julien Gracq), dall'altro a uno dei caposaldi della poesia del '900, i Cantos. Non si tratta di imitazioni o filiazioni ma di scelte analoghe, analoghe concezioni del reale e del Sé: la storia di una città o un Paese (o del mondo, nel caso dei Cantos) presentata, sofferta, come autobiografia dell'artista...

Piero Sanavio


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News of life

"Trilogo" ai titoli di coda, di Vincenzo Vita 

Il prossimo lunedì 24 si terrà l'ultima e decisiva riunione del "trilogo", ovvero l'organismo di conciliazione convocato sulla proposta di direttiva sul copyright 2016/0280 reduce da un doppio voto: bocciatura e approvazione tra gli scorsi luglio e settembre. Da allora i tre convitati delle codecisioni comunitarie (commissione, consiglio, parlamento) cercano di dipanare il groviglio di contraddizioni, sotteso a un testo viziato dal problema delle regolazioni digitali: i processi normativi lenti e complessi si addicono assai poco all'era digitale. In quest'ultima la velocità del mutamento tecnologico è tale da rendere obsoleto il più illuminato degli articolati. Tant'è. Tuttavia, il complesso normativo è da tempo oggetto di una feroce lotta politica e culturale tra due polarità dialettiche entrambe segnate. A favore di una difesa strenua del diritto d'autore si collocano le filiere produttive di contenuti: dall'informazione al cinema all'audiovisivo. E' comprensibile, perché il lavoro intellettuale va remunerato, altrimenti sfocia nello schiavismo. Ma dalla parte opposta c'è l'infinito universo della rete dove soprattutto i millennials trovano "normale" scaricare gratis le opere autoriali. E, quando un'infrazione assume caratteri di massa il reato permane sì, però il diritto si deve fare qualche domanda. Magari, però, il Web si fosse espresso in tutte le sue articolazioni democratiche e partecipative (il popolo della rete, oggi alquanto sfuocato). La bandiera della libertà è stata sollevata, infatti, dagli Over The Top, gli oligarchi aggregatori dei dati capaci di sferrare un'offensiva abnorme, tipica delle lobby potenti e prepotenti. Ecco, proprio da Google è venuta nei giorni passati - e con ripetitività seriale attraverso paginate pubblicitarie su diversi quotidiani, già di per sé un segno di apertura agli "avversari"- un'ipotesi di mediazione su uno dei due articoli controversi, ovvero l'11 volto a chiedere il pagamento degli snippet, gli strilli degli articoli che spesso sono carpiti da siti e blog proprio attraverso gli aggregatori. "...L'articolo 11... mira a proteggere il lavoro della stampa. E questo è un obiettivo che condividiamo pienamente...". E' un passaggio dell'inserzione benevola, la quale non smentisce - però- la solita volontà di potenza nelle ultime righe, che rinviano ad una sorta di supervisione della stessa società californiana. Comunque, un passo avanti c'è rispetto a qualche mese fa.

Rimane, al contrario, aperto l'altro nodo irrisolto. L'articolo 13, in cui rimane -malgrado le correzioni della lettura di settembre- un certo fumus censorio, attribuendosi agli stessi "padroni del vapore" il diritto-dovere di controllare le eventuali infrazioni, mentre tutto ciò sarebbe prerogativa di autorità e magistrature terze. Su tale questione è nota la contrarietà al testo dell'attuale governo italiano. E pesano i dubbi tedeschi, con il rischio di blocco.

Riuscirà miracolosamente il "trilogo" a confezionare un decoroso compromesso? Tra poco si capirà. Certament, la nuova presidenza del consiglio europeo, dal primo gennaio attribuita alla Romania, vorrà presentarsi con un primo successo negoziale e si butterà nell'agone. Del resto, a breve si esaurirà la legislatura e, come accadde nel 1999 su omologo tema, il capitolo passerà di mano ai prossimi governanti e legislatori.

Se il compromesso è tuttora possibile ai titoli di coda, chissà, è proprio per le previsioni diffuse sui prossimi numeri dell'aula di Strasburgo. Il voto potrebbe peggiorare l'approccio alla "terribile" proprietà intellettuale.   

Vincenzo Vita


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ANTOLOGIA

Piero Sanavio

TOPOGRAFIE DELLA MEMORIA, da Terre lontane, Racconti

AL GIRO DEL SECOLO LA CASA SAREBBE STATA IN GRAN PARTE ABBATTUTA, ciò che non fu abbattuto rifatto, trasformato. Ci si arrivava oltre l'argine, passato il ponte, neppure due chilometri dal centro della città. C'è un residence al suo posto, adesso.

Era stata costruita attorno il 26 su un lotto acquistato a Leo Zecchin, proprietario sulla provinciale di un casermone che era stato un tempo il corpo centrale di una fattoria. Il lotto era stato ricavato dalla proprietà alle spalle dell'ex fattoria e si estendeva fin giù all'Orna e la palude, e al nord a un viottolo al quale soltanto quarant'anni dopo sarebbe stato imposto un nome. Confine al sud era la strada rurale identificata nelle topografie con i nomi delle due famiglie che vivevano l'una al suo inizio e l'altra al suo estremo, oltre i Guasti, verso il fiume.

Lungo la strada rurale, resisteva dei vecchi tempi una modesta cesura, la casa colonica abitata da un nucleo di sei persone, i Bottin: un padre ottantenne, i figli due maschi e una femmina, e questa gobba e nana, poi un nipote. Soltanto il più grande dei maschi si sarebbe sposato: con una zoppa che portava in dote sei campi verso Lion, un trattore, quattro vacche da latte e lavorava come un uomo. Non ebbero figli, il marito morì in un incidente, poco dopo il matrimonio.

Non ebbe figli neppure il minore o se li ebbe nessuno lo seppe. Richiamato il 40, fatto prigioniero dagli inglesi e trasportato in India, tornò in Italia soltanto per ripartire - dissero in Argentina. A casa non tornò più.

Il nipote del vecchio Bottin era figlio della nana; rimasta incinta non si seppe di chi, lo aveva partorito in un fosso dove, raccontavano, aveva tentato di annegarlo, impedita all'ultimo da un rigurgito di amore di madre. Il figlio diventò un ragazzone dal volto tondo e rubizzo, identico al nonno, e appena raggiunta la maggiore età avrebbe lasciato anche lui i luoghi. Emigrò in Svizzera, neppure lui tornò più.

Ogni sabato, giorno di mercato, Zecchin si poteva vederlo in città, in piazza, insaccato in un doppiopetto grigio con panciotto e catena e indaffarato tra sensali di bestiame con il cappello sulle ventitré, mezzadri vestiti di nero e cercavano un prestito, ambulanti, ragazze che volevano scrivere all'innamorato e non sapevano come, qualche vecchia in scialle che si faceva leggere le lettere del figlio soldato.

Le ragazze chiamavano Zecchin "maestro" perché, nero su bianco, sapeva tradurre i loro sentimenti alla perfezione e diversamente dal prete non dava giudizi. Facevano la fila sotto i portici o all'osteria contigua allo sgabuzzino che gli serviva il suo ufficio e traboccava di carte, perlopiù estimi catastali e cambiali riscattate agli strozzini di Canton del Gallo. Raccontavano che gran parte dei terreni Zecchin se li fosse procurati con i pagherò estorti a un concertista veneziano, tornato da Caporetto senza un braccio, il 17. Si era sparato rapidamente le proprietà di famiglia a puttane e carte, buttandosi al fiume, un peso alle caviglie per essere sicuro di annegare, il giorno della vittoria, l'anno dopo.

La casa era stata costruita sul modello delle case rurali venete ma adattata alle necessità dei due fratelli che avevano acquistato il terreno, un assistente di diritto romano, all'università, dei due il più anziano, e il titolare di un'agenzia del Dazio che riscuoteva le tasse per il governo. Il terreno acquistato includeva un vigneto e un frutteto, da tempo lasciati all'incuria e se ne sarebbero occupati i Bottin con un contratto di mezzadria, il parco e l'immancabile magnolia affidati alla competenza di un napoletano dipendente dell' Orto Botanico, don Pasquale.

Dal parco, l'accesso alla casa era per un porticato, sotto il porticato quattro porte-finestre che guidavano al soggiorno e la sala da pranzo. Sulle pareti del soggiorno campeggiavano due ritratti di donne in costume cinquecentesco: il più ingombrante, di grande scuola veneta, rappresentava Caterina Cornaro durante l'esilio ad Asolo; l'altro, una Virginia che si portava un pugnale al petto, era copia ottocentesca ma non perciò spregevole di un originale di Paris Bordon. Stavano l'uno di fronte all'altro, su opposte pareti, le altre pareti occupate rispettivamente da una scena di battaglia di mano francese e alcune vedute di Piranesi. Il solo dipinto nella sala da pranzo era nello stile importato da Vienna, un paesaggio della Laguna.

I mobili, portati in dote dalla moglie dell' assistente di diritto, il solo dei due fratelli che fosse sposato, Maria Vittoria C., erano di legni scuri, pseudo impero e pseudo liberty, meno un tavolino nel soggiorno, color rosso laccato. Venivano dalla casa dove Maria Vittoria era nata, verso il Piave, tra Cornuda e Caeràn. Di fattura cinese, il tavolino era stato acquistato a Hong Kong dal padre di lei che dal suo secondo viaggio in quei luoghi sarebbe tornato alla vigilia della Grande guerra ma dentro un'urna, cremato.

I risparmi dei fratelli bastando appena per l'acquisto del terreno, l'edificazione della casa era stata resa possibile da Maria Vittoria cui si era aggiunto un contributo della sorella di lei che adesso era lei a gestire la filanda di famiglia. Era per quella filanda che il loro padre per ben due volte era stato in Cina: a comperare bozzoli? imparare nuove tecniche di produzione?

Il notaio che aveva stilato il passaggio del terreno da Zecchin ai due fratelli era un settantenne rovinato dall'alcol, suggerito dallo stesso Zecchin, ma è probabile che non fosse complice nell'imbroglio, sul terreno acquistato c'era un'ipoteca. Se ne sarebbe accorta Maria Vittoria a un controllo al catasto, le fondamenta della casa già scavate, ed era stata la ragione del suo primo diverbio con il marito.

Era in camera da letto che avvenivano le discussioni, sempre sottovoce.

"... Professore che sei cos'hai ispezionato? hai fatto fiducia a un truffatore, hai comprato a occhi chiusi."

"E' mio fratello che si è occupato dell'acquisto, io ho soltanto scelto il terreno, messo la mia parte di soldi."

"Li abbiamo messi, vorrai dire."

"Li abbiamo messi."

"E adesso? Zecchin si dice a un passo dal fallimento, vuole dichiarare bancarotta."

"Si risolve, e sarà lui a pagare, vedrai."

"Vedremo."

La soluzione la trovò il fratello che aveva l'appalto del Dazio: riuscì a far dedurre l'importo dell'ipoteca dal prezzo d'acquisto del terreno, Zecchin obbligato inoltre a una penale che avrebbe pagato con la vendita di un' altra proprietà.

"Ma come hai fatto?"

Si vantava, "Ciò che ho fatto è stato cambiare in vantaggio una gran cagata."

Reagì Maria Vittoria, che non aveva mai digerito l'incuria del cognato né sopportava quel linguaggio, "Dovresti farlo più spesso, magari è quello il tuo mestiere. Potresti prendere la patente, incollane la réclame per strada negli orinatoi."

"Perché..." cominciò l'altro ma si era intromesso il fratello maggiore a mozzargli la frase.

Da allora il rapporto tra i due sarebbe cambiato e non molto tempo dopo il fratello che aveva l'appalto del Dazio avrebbe chiesto il rimborso della sua parte, se ne voleva andare.

Ciò che Maria Vittoria definiva la faciloneria del marito, però, aveva incrinato anche i rapporti della coppia, era intervenuta una distanza da parte di lei, una diffidenza, quasi.

Si era detto l' assistente di diritto che a ritrovare l' armonia sarebbe bastato il letto ma sbagliava. Non che Maria Vittoria si sottraesse alle effusioni; piuttosto, agli entusiasmi del marito opponeva una assoluta passività, inerte come una statua di gesso. Inutilmente egli le acquistava camicie da notte all'ultima moda, trasparenti; le scriveva lettere appassionate che però, dopo averle lette, lei gli bruciava sotto gli occhi; la accompagnava all'opera, ai balli al Filarmonico dove non c'era chi non le facesse la corte, o la portava con sé in qualche viaggio.

"... Eri bellissima stasera."

"Grazie. E tu sei sempre molto elegante."

"Ti piaccio sempre?"

"Certo che mi piaci."

"Mi tradiresti con un altro?"

Rideva, "Tu che dici?"

"Non lo so, l'ho chiesto."

Non rispondeva. Tra le lenzuola, spenta la luce, serrava i denti quando il marito si affaticava su di lei.

Partì il cognato. Quella notte, a letto, gli occhi che nel riverbero della veilleuse, sul comodino, ardevano come fanali, Maria Vittoria si era piegata sul marito a qualcosa da cui fino allora la sua passività la aveva difesa. "Adesso è soltanto tua la casa, tua e dei figli che avremo" poi aveva sussurrato e come se il gesto sigillasse un contratto si era alzata sull'inguine la camicia da notte. Aveva guidato l'uomo dentro di sé.

La sorpresa, l' urgenza dei comportamenti, la volgarità di alcune frasi che durante gli abbracci lei aveva pronunciato, di più, l'accenno a sue esperienze anteriori al matrimonio, sul momento erano state uno stimolo alla passione maschile ma anche l'inizio di gelosie. L'immagine di lei tra le braccia di un altro era un continuo rodere, un'angoscia - insieme, l' origine di un desiderio che non si sarebbe mai esaurito.

"Con chi è stato?"

Scuoteva le spalle, "Non ti basta che ero vergine la prima notte?"

Morì l'anno che poi il marito finì al confino - anche lì, tra i sassi, sul dolore per la scomparsa, a rodersi sul fantomatico personaggio che prima di lui l' aveva stretta tra le braccia. Era come quello e la morte fossero la stessa persona.

"... Tu lo sai com' è stato? con chi?" avrebbe chiesto alla sorella di lei, venuta a fargli visita dove era stato spedito.

"In collegio, una suora anzi... una che ancora non era suora, una conversa. Mi disse che non provò nessun senso di colpa ma si chiedeva, sposandoti, se avrebbe dovuto... Vedo che in qualche modo te lo disse e fu la notte che restò incinta, a quanto so."

"... Mi pareva che, rifiutandosi di rispondere, intendesse vendicarsi di qualcosa..."

"Ho letto da qualche parte che nei rapporti di coppia è soprattutto maschile la cecità. Ti amava, la prova fu ciò che successe quella notte e che in qualche modo ti disse di sé."

"... La amavo anch'io. Ancora due giorni prima che se ne andasse..." e rivide il corpo smunto, il ventre scavato, il sesso dal vello gonfio "come il pelo di un orsetto" le sussurrava i primi tempi, nelle tenerezze. Gli tornò il grido di lei, all'acme, non più soltanto di piacere, era stato l' addio alla vita.

Fece la cognata, sarcastica, "Me ne parli perché è attraverso di me che vorresti riaverla? dopotutto, sono più vecchia di lei di appena un anno. O è che vuoi scordarla, attraverso di me?"

"... Com'è che tu non ti sei sposata?"

"Ho avuto anch'io le mie storie."

"E com'è che non ti sei sposata?"

"Piacevi anche a me ma qualcuna doveva occuparsi degli affari di famiglia e fu deciso che sarebbe lei a sposarti, aveva un problema di cuore, sarebbe morta prima di me, io potevo aspettare."

Si alzò, nella stanza dov'erano, andò alla finestra, guardò fuori, nel sole, l'aria tiepida in quell'inizio d'autunno e ora disse, "Pare un ritorno di primavera, c'è anche una libellula sul davanzale." Si volse, la luce alle spalle, un'aureola, e disse ancora, "Mio padre e mia madre, quando andavano a Montecatini a passare le acque all'hotel Pace, portavano anche noi due. C'era un giardiniere, all'hotel. Legava un filo sottilissimo alle libellule, non so come, e ce ne dava un capo a ciascuna e camminavano nel giardino con le libellule che volevano davanti a noi."

"... Sposami, quando esco di qui."

"Posso vivere con te, anche farti dei figli se vuoi ma sposarmi... quello con nessuno."

In origine, l'ingresso alla casa era stato previsto al sud perché il piano regolatore prometteva il collegamento della strada rurale a un' arteria ad alto scorrimento, progetto mai realizzato. Lo sbocco del viale e la sistemazione del cancello d'accesso furono perciò sistemati sul lato opposto, lungo il viottolo, opportunamente allargato, e soltanto mezzo secolo dopo avrebbe avuto un nome. La magnolia sorgeva dove il viale d'accesso svoltava a sinistra e attraverso il parco sfociava in un cortile. Tra il 44 e il 45 e poi dall'estate del 45 fino all'autunno del 48, due eserciti stranieri si sarebbero occupato il parco e il cortile con i loro automezzi: in successione.

I meli e i peri del frutteto erano stati eliminati da formazioni ausiliarie italiane il 44 per fare spazio a una piazzola della contraerea, resa inservibile da un caccia inglese al primo bombardamento della città. Finita la guerra, l'acciaio dei cannoncini sarebbe stato prelevato da un ferrivecchi che comperava residuati: anche stracci, ossa, pelli di coniglio o di gatto.

I meli e i peri furono ripiantati ma per qualche ragione non attecchirono. Andò meglio con i kaki e già l'autunno del 56, alle prime le nebbie, la distesa di quei globi tra il giallo e l'arancio che pendevano dai rami senza foglie dava al frutteto l'apparenza di una stampa giapponese. Restò immutata la magnolia, quelle foglie scure e rigide che parevano spade.

... Il viottolo sul quale si apriva il cancello d' ingresso era stato allargato per permettere l'accesso alle auto anche se l'ex assistente di diritto, che da quando era tornato dal confino tutti chiamavano "professore", non ne possedette mai nessuna.

Lungo il viottolo, oltre un'infilata di pioppi, correva un fosso d'acqua morta che l'inverno diventava una crosta di ghiaccio. I ragazzi scivolavano a gara su scarpe dalla suola di legno rinforzata da chiodi -- "sgàlmare" nel dialetto locale ma "dàlmate" a scuola correggeva il maestro.

A metà viottolo c'era l'officina di un fabbro, vi lavorava con un nipote, fucilato il 44: non aveva fatto il saluto al feretro di un legionario che passava in strada e, interrogato perché non l'avesse fatto, era ammutolito. Il fabbro, intuendo ciò che stava per succedere, si era precipitato a spiegare ma per l'emozione neanche a lui le parole uscivano di bocca e anche lui era stato messo al muro.

Finita la guerra ci fu chi suggerì che al viottolo fosse dato il nome del fabbro, tra i propositori anche il "professore" ma altri preferivano il nome di un santo. Vinse il santo, per l'appoggio del prete.

Successe l'anno che il "professore" morì.

Piero Sanavio [nov. 08- p. s.]