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ANTONIO GRAMSCI

PER UNA RIFORMA INTELLETTUALE E MORALE 

«Il "moderno Principe" deve e non può non essere il banditore e l'organizzatore di una riforma intellettuale e morale, ciò che poi significa creare il terreno per un ulteriore sviluppo della volontà collettiva nazionale e popolare verso il compimento di una forma superiore e totale di civiltà moderna. Ma può esserci riforma culturale e cioè elevamento civile del popolo senza una precedente riforma economica e un mutamento nella posizione sociale e nel mondo economico? Perciò una riforma intellettuale e morale non può non essere legata a un programma di riforma economica, anzi il programma di riforma economica è appunto il modo concreto con cui si presenta ogni riforma intellettuale e morale» 

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Franca Valeri 

Cent'anni di intelligenza di Vincenzo Vita

La scelta del cognome in nome del delizioso poeta e scrittore francese Paul Valéry fu, da subito, la cifra di uno stile. Unico. Colto e, insieme, volutamente elitario. Là dove innanzitutto si sorride di sé stessi . L'autore prescelto non apparteneva alla serie dei più gettonati, pur essendo un riferimento anche nella lotta contro il nazismo. E Franca Maria Norsa, poi Valeri, figlia di un padre ebreo, sapeva cos'erano i fascismi. Il tratto che contraddistingue sempre la parte pop, segnatamente quella dei media di massa radiofonici e televisivi, di un'artista poliedrica ma rigorosa è la geometrica potenza dell'ironia. Quest'ultima, a sua volta, illuminata da un retrogusto malinconico. Il fraseggio figlio di un'accurata scrittura è irrigato da una fonetica di per sé evocativa di una risata contenuta e sorvegliata. È stata caposcuola e anticipatrice di una comicità attaccata a figure sì reali, e tuttavia innalzate a categorie eterne e sur-reali. L'immersione nei riti della televisione generalista, a partire dalla messa pagana del sabato sera (ad esempio, il mitico <Studio Uno>), non ha profanato la cifra intellettuale della Valeri. Anzi. Proprio la capacità di navigare tra <alto> e <basso>, indovinando la linea mediana giusta, ha reso felici e coinvolgenti le apparizioni eccentriche rispetto alla sintassi classica del vecchio varietà: conduzione, balletti e barzellette. No, sketch divenuti icone di un teatro civile, battute da enciclopedia dell'umorismo (<cretinetti>), rappresentazioni a giorni alterni (ma che cambia?) di signore snob o popolari hanno un filo conduttore. L'ironia graffiante attraversa indistintamente classi e gruppi sociali differenti, perché mette in causa le ovvietà dei pensieri dominanti o di un mal riposto senso comune. Insomma, (la) Franca è stata l'antesignana di una critica attiva del pensiero unico, del politicamente corretto, del goffo conformismo culturale. Non solo. È stata prefigurante pure nel declinare il <comico> nell'universo dei segni e dei linguaggi di una donna, delle donne. Il femminismo ha scritto pagine fondamentali sulle componenti dell'espressione artistica occultate dal predominio maschile. E la comicità era stato il territorio privilegiato dell'esibizione (magari di livello) degli uomini, portatori di cliché talvolta grossolani e di sovente intrisi di sessismo.

Di fronte a lei i maschi diventano piccoli. Rivedere i frammenti della Valeri televisiva a <techetechete> è una gioia e un momento di alta formazione: tante cose avvenute dopo forse non avrebbero avuto lo stesso corso, compresa la terza rete di Angelo Guglielmi (dalla <tv delle ragazze> in poi). Per non parlare di alcuni frammenti di genio radiofonico. Forse (pur tanto diverse) la compianta Anna Marchesini, Paola Cortellesi e Sabina Guzzanti - per citare alcune protagoniste- non sarebbero state le stesse.

C'è un risvolto politico, poi, da non rimuovere. Franca Valeri ha accompagnato la lunga e incredibile occupazione pacifica del Teatro Valle di Roma, dove aveva recitato e dove ritrovava lo spirito simpaticamente eversivo che la sua estetica ha portato al successo in un vasto pubblico. Che l'ha amata e l'amerà perché la rivoluzione è degli educati, come proclamò lei stessa verso la fine. Già, i maleducati hanno preso il potere. I cretinetti (per ora) sembrano in vantaggio.


  • Sergio Zavoli
  • il genio che ora è intervistato da Dio
  • di Vincenzo Vita
  • Sergio Zavoli è stato un genio. Sì, un genio, come lui del resto amava definire il suo amico Federico Fellini. Entrambi legati a Rimini, ma poi andati altrove, pur mantenendo intatta quella particolare cifra romagnola: sognatrice, un po' malinconica, attenta -però- alle cose di questa terra. Per esempio, andare a pranzo o a cena con Zavoli era quasi una forma di educazione sentimentale. Sentirlo parlare di tutto, tra una portata e l'altra (menù sempre completo), era una delle gioie che i numerosi incontri regalavano. Si usciva ogni volta, al di là della conversazione, con l'idea di cos'è lo stile, laddove la perfezione della sintassi e della grammatica ne era il sintomo evidente. Cura dei vocaboli come espressione di una cura seria, alta dei pensieri. La parola è sacra, diceva riprendendo il collega di rime Mario Luzi. Giornalista di radio, televisione e carta stampata (dai tg ai gr al Mattino di Napoli), tra gli ideatori dei talk con il celeberrimo <Processo alla tappa> e con le diverse edizioni ne' corrive ne' supine del rotocalco <Tv7>, presidente della Rai e della piccola sorella di S.Marino, scrittore e poeta. Non solo. Parlamentare e protagonista del dibattito politico. Di sinistra e a sinistra, sempre. Nella sfera dell'attività pubblica si segnala, non secondariamente, la conduzione (dal 2009 al 2013) della commissione parlamentare di vigilanza. E quest'ultima fu rianimata attraverso cicli seminariali sui temi della comunicazione aperti a personalità rilevanti e significative della cultura italiana. Quei materiali utilissimi sono, tra l'altro, disponibili presso la biblioteca del senato, di cui fu da ultimo il riferimento. Anzi. Un rammarico rimase proprio il non essere riuscito a portare avanti una particolare (e probabilmente inedita) ricerca sui parlamentari giornalisti della storia repubblicana. Zavoli si era ritirato, sorretto dalla compagna recentemente sposata e dalla amatissima figlia. Purtroppo, gli acciacchi e la pandemia hanno interrotto le frequentazioni, ma non le affettuosissime telefonate. Cronista sempre, il giorno e la notte, Zavoli chiedeva valutazioni e notizie sul mondo politico, sulla Rai, sulle innovazioni tecnologiche che lo affascinavano, benché fosse così lontano dalle leggi ferree (e sgradevoli) dell'istantaneità. Ecco. Il tempo del suo lavoro era un tempo accurato, pignolo e magari lungo. Probabilmente, la comunanza con Fellini gli aveva inculcato la struttura narrativa -ineguagliabile- del prototipo cinematografico: sceneggiatura , scenografia, campi di ripresa, voci, luci, sequenza delle inquadrature, montaggio. Per questo, il modello inconfondibile che lo faceva assomigliare all'altro fuoriclasse -Enzo Biagi- ha fatto scuola e gli attribuisce il titolo di Maestro. Nel pantheon del giornalismo e della scrittura radiotelevisiva stanno numerose pietre preziose. Da <Nascita di una dittatura> a <La notte della Repubblica> ad alcuni pezzi da brivido come il dialogo con la suora di clausura o il servizio sull'ex manicomio di Gorizia con le testimonianze delle persone in cura assistite da un giovane Franco Basaglia. Parole miste a silenzi. Riusciva a mettere a suo agio con una naturale autorevolezza figure restie alla rappresentazione mediatica: da Paolo VI, a Schweitzer, a Vin Braun. Ad Amedeo Bordiga. Già, il duro contestatore di Gramsci non voleva rilasciare interviste. Tuttavia, cedette di fronte al cantore appassionato e colto del ciclismo, di cui Bordiga era tifosissimo. Che dire ancora. Non basterebbe un romanzo. . Zavoli è stato un esploratore, nella versione compiuta che ne ha fornito Marc Auge'. La curiosità fu la scintilla fin da bambino, quando disegnò su un foglio una pagina di giornale incompleta. Il resto era da trovare. Zavoli era assai preoccupato per come va il mondo dell'epoca di Trump e degli attacchi alla libertà di informazione, per la cui difesa ha speso una vita. Di un socialista di Dio, che ora si sta intervistando proprio con Dio.

postille & postille

di emmequ

Althusser. O di Althusser in

Andrea Muni

Forse indotto da anniversari o da altre occasioni "utili" per malacoda, mi ritrovo a tu per tu con alcune quistioni teoriche che a quel tempo molto mi affaticarono..., ci affaticarono. Sartre e il suo esistenzialismo, Levi-Strauss, Starobinsky, Barthes, Althusser, ... Non torno certo ai testi, che riposano in pace nella vecchia biblioteca di casa. Ma certi scritti, certi commenti, mi attraggono. E, cosa assai peggiore, m'inducono ancora a qualche riflessione e confronto. Trovo ad esempio un articolo del Professor Andrea Muni (3 febbraio - Charta Sporca) per il 30° della morte di Althusser dal titolo suggestivo Althusser, maledetto! In esso alcuni brani sembrano venirmi incontro di prepotenza. Non vanno, questi pensieri di Muni/Althusser, nella direzione della nostra - mia - più recente riflessione sulla decisiva importanza - ai fini della conservazione e riproduzione dello stato di cose presente, cioè del dominio del capitalismo mondiale - di ciò che chiamo impossessamento dell'uomo di oggi [vedi Improda] (o comunque di immense masse su scala mondiale) da parte del pensiero unico e dei suoi derivati (sotto o sopra prodotti) e addentellati ideologici (magari travestiti da anti: penso al nazionalismo, al fondamentalismo, ecc...), divenuti in una forma o in un'altra senso comune con relativa mutazione antropologica? E, di conseguenza, del carattere fondamentale e decisivo della lotta culturale e ideologica?

Verificare.

«Solo tu [Althusser], con una brutalità e una sincerità che sommate al tuo marxismo radicale ti hanno reso indigeribile a quasi tutti i tuoi contemporanei (Sartre compreso), hai detto a chiare lettere che il mio riconoscermi nel pensiero, nei miei pensieri, è l'effetto ideologico fondamentale, strutturale, dell'ordine del discorso capitalista. Solo tu hai compitato, scandito in maniera tale che anche i sordi potessero capirlo, che il soggetto - questa cosa pensante in cui, senza nemmeno accorgermene, continuo istintivamente a riconoscermi e a interpellare gli altri - è l'elemento ideologico chiave, il punto teorico-pratico fondamentale che sta alla base della riproduzione degli apparati di sfruttamento e repressione capitalisti.

«Il soggetto quale ancora oggi tutti lo intendiamo, cioè proprio il mio identificarmi con i miei pensieri e con il super-pensiero che li pensa: questo è esattamente il punto d'incontro tra la struttura (economico/sociale) e la sovrastruttura (culturale, politica, giuridica). Il luogo in cui i pensieri che il sistema capitalista mi caccia dentro a viva forza si fanno prendere per i miei desideri

«La storia come storia della lotta tra le classi, che hai ripreso da Marx, e che in fondo non è altro che il materialismo storico preso sul serio, oggi non è più quella a cui pensavi tu. Ma sono sicuro che l'avresti visto, come già ti eri accorto (prima di tutti) che questa storia, la storia "proletaria" della lotta tra le classi, ha bisogno di accaparrarsi Freud e Lacan. Questa storia infatti oggi è la storia di come un discorso dominante, e non più un leader o un duce in carne e ossa, si è installato dentro ai soggetti concreti che, sfruttati, continuano a essere il motore cieco della storia. La lotta di classe oggi deve essere ripensata come una lotta collettiva attraverso cui ognuno di noi, a partire da pratiche comuni, combatte prima di tutto questo nemico interno, contro questo discorso dominante che si dibatte dentro di me, che mi possiede, che si fa prendere per "me stesso". Si tratta di un discorso che non ci fa sentire reali, perché ne siamo semplicemente agiti, come marionette di carne, come Arlecchini che hanno disimparato a ridere. La tua psicosi te lo faceva sentire troppo forte, troppo bene, ed è per questo che forse nelle tue lettere scrivevi quanto ammirassi e invidiassi la spontaneità di tua moglie Helene. Poiché, Louis, tu lo sapevi che il capitalismo, e gli apparati ideologici di Stato di cui parlavi, non smettono di sostenere e riprodurre senza sosta quell'idea di soggetto che lungo il corso della storia serve ai padroni per governare gli sfruttati. Tu lo sapevi, ma ti faceva troppo male, che lo sfruttamento capitalista comincia a livello del rapporto con se stessi, a livello di quel soggetto interiore che "mette al lavoro" il soggetto concreto della vita e della relazione. Lo umilia, lo cancella, non lascia di lui più alcuna traccia, finché un giorno diventa possibile svegliarsi e chiedersi francamente se si esiste, e cosa si è una volta che si rifiuta questa identificazione obbligata.»

«Se è un discorso dominante ad essere il nuovo padrone, allora è proprio la logica di questo discorso che ci abita il primo vero nemico che dobbiamo aggredire, ben prima di dedicarci al progetto di assaltare fisicamente le banche e le sedi delle multinazionali. Questo discorso è il nemico interno che dobbiamo localizzare, individuare, con cura e pazienza, per non rischiare, come purtroppo hai fatto tu, di confonderlo con noi stessi o, peggio ancora, con le persone che amiamo. La nuova coscienza di classe, il nuovo "proletariato", deve trovare delle forme di socialità e di prassi collettiva che producano, direttamente o indirettamente, l'aggressione e la rimodulazione di questa esperienza della soggettività. Deve oggi assumersi questo compito delicatissimo, perché in questa lotta si rischia, sbagliando appena un po' la mira, di aggredire ciò che invece abbiamo di più caro. Tu, Louis, resterai per sempre un punto cieco, un tristissimo monito che ci ricorda i grandi pericoli che si corrono ogni volta che osiamo aggredire, sfidare il discorso dominante che struttura in profondità il nostro con rapporto con noi stessi e con gli altri. Produrre un nuovo discorso, una nuova logica, non solo della soggettività ma di qualsiasi attività umana, non è un compito teorico: è qualcosa che possiamo fare e che facciamo, spesso senza saperlo, a ogni passo delle nostre esistenze in comune. Solo questa consapevolezza potrà un giorno aiutare i pochi che ci credono ancora, a ripensare il comunismo non più come una utopica antitesi del capitalismo, ma come una via d'uscita da questo orrore di non esistere se non come uno schiavo di quel soggetto e di quei valori che mi sono stati marchiati a fuoco sulla pelle, che mi hanno penetrato, abusato, quando ero ancora troppo inerme per difendermi. Il comunismo ripensato come una possibile linea di fuga da ciò che l'ideologia capitalista ha fatto di me, il marxismo ripensato a partire dalla produzione di un'esperienza differente, comune, rischiosa della soggettività. Un azzardo, una scommessa a proposito di dove siamo davvero, che purtroppo tu hai perso, ma che noi possiamo rilanciare, a cui noi possiamo ancora credere, senza per questo chiudere gli occhi sui grandi pericoli che incombono lungo questa strada. Pericoli che la tua fine infame, e il tuo crimine orrendo, non smetteranno mai di ricordarci.»

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Carmine Lubrano 

malinconia

amici miei cari compagni musici e poeti

perché solo ( o quasi ) mi avete lasciato

a lottare contro le streghe de Beneviento

e 'nmieze a ll'acqua e a lu viento

e tra polverosi scaffali con assenze indecenti

in queste vuote stanze vuote

e la tua prima lavatrice Adriano

è stata ormai rottamata

indifeso mi avete lasciato tra Michele Zarrillo

e la donna cannone il fenomeno da baraccone

l'altra sera ricordavo Filippo ( Bettini )

che spesso diceva : non riesco a decidermi

se Lubrano è più bravo in cucina o nei versi

ed intanto si beveva e le bottiglie vuote

diventarono sei quel giorno prima della sua partenza

per la Sicilia

poi ci fu quella sfida famosa tra Gino e Filippo

con le mozzarelle di bufala dopo e prima

che all'acropoli

e famoso negli anni ottanta e novanta

( come cuoco e come poeta ) lo stavo

diventando davvero e con il Lab-Oratorio

il numero dieci e le dieci poetesse dieci

e più volte al Costanzo show

e quella antologia i poeti contro i berlusconi

gli articoli a piena pagina su Repubblica

su Liberazione il Mattino L'Unità ed il Corriere

e giravo per Piazza Navona tra Ferreri

e ragazze arrivate in ferrari

a Milano i teatri erano pieni

e così che un po' troppo ingombrante

per amici e parenti per politici corrotti e potenti

e tra grandi imbecilli e mediocri e ostinati giurati

sono stato amato ed odiato

perché ho pubblicato con Scheiwiller

perché ho vinto il Premio Feronia

per i miei percorsi perVersi

e perché Sanguineti

e tentarono in molti troppi a lasciarmi da solo

ma solo non lo sono mai stato

sono stato odiato ed amato

e sono arrivato fino a qui qualcuno dice

ormai poeta laureato ( e con i premi alla carriera

poetica ) ma continuo a pisciare nei prati

continuo nudo a mostrarmi

dovrei scrivere mi dicono per così dire un romanzo

di quelli col morto col botto con il commissario

ed il tiramisù per scalare le classifiche fare il firmacopie

nelle librerie complimentarmi con le scollature delle

signore rifatte e pronte semmai a farsi masturbare

nei cessi nei retrobottega

ma tutto questo non mi compete

ho voglia di scrivere ancora con le metastasi della parola

e che le cozze che oggi ho mangiato erano buone

e perché ancora ti sogno nel tinello

come in un bordello come la Sandrelli

come ancora canto di tanto e nel PoemAverno

e scriverei clitoletanie per te seduta sul bidet

di un albergo di periferia

e ti vorrei amare qui in questo Salento

ti vorrei amare e senza la paura di invecchiare

senza lavarmi le mani le labbra la barba

e mangiare pane e burro col sapore di . . . sale

e così sono stato amato da santi e mariuoli

da regine mignotte e mignotte regine

ho attraversato cunicoli e grotte infernali

futuriste piedigrotte e portoni barocchi

mi sono salvato dai roghi a cui ero stato condannato

e dal canto di sirene silenti ho pianto

ho gridato ho bestemmiato e possibilmente ululato

ma sono poi ritornato alla vita

ed eccomi qui ancora come in una nota canzone

da istrione napoletano

tra di voi quattro spettatori

ed il genio si vedrà

si vedrà